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Qui comincia l'avventura della sperimentazione del voto elettronico, ossia come buttare un milione con soddisfazione di tutti

Il Milione (qui comincia l’avventura…)

Quando dopo avere attraversato mille, improbabili e avventurose peripezie, il simpatico Signor Bonaventura riceveva il leggendario “MILIONE”, traspariva dai suoi occhietti vispi e tondi la gioia e la sorpresa di chi non ha ancora capito bene i motivi che hanno determinato la propria fortuna.

Soddisfazioni

Immaginiamo che il Signor Bonaventura possa ben immaginare la soddisfazione del Senatore Vincenzo Garruti quando racconta sul blog delle stelle che stavolta il Milione è stato vinto dai fautori del voto elettronico! Una soddisfazione talmente dirompente da portarlo ad affermazioni non suffragate dalla realtà dei fatti, come viene precisato in un articolo pubblicato sul sito del “COMITATO per i REQUISITI del VOTO in DEMOCRAZIA” o CRVD, un comitato di scopo costituito per la tutela dei requisiti del voto in democrazia.

Riportiamo dunque per esteso l’articolo e invitiamo i nostri lettori a visitare il sito del CRVD:

COME NON SPRECARE UN MILIONE DI EURO

Il senatore Vincenzo Garruti scrive sul Blog delle Stelle: « É innegabile che il nostro Paese sia in ritardo rispetto al resto d’Europa ma, con il Movimento 5 Stelle al governo, è arrivata l’accelerazione. Lo sviluppo delle migliori potenzialità della rete è da sempre stato uno dei nostri obiettivi principali dal momento che le tecnologie del digitale possono garantire che tutto si svolga nella massima correttezza.»

Purtroppo per l’incauto senatore è negabilissimo che esista un ritardo rispetto al resto dell’Europa in termini di voto elettronico. In tutta Europa il voto elettronico è praticamente assente, se si esclude Belgio e Estonia. Persino la Svizzera, se vogliamo considerare l’Europa geografica e non quella politica, sta decidendo di abbandonare il voto elettronico che non è riuscito a rispettare gli stringenti requisiti imposti dalla cancelleria federale.

È negabile infatti che le tecnologie digitali garantiscano alcunché. Nulla garantirebbe la sicurezza del voto allo stesso modo in cui la tecnologia non garantisce che le transazioni economiche siano assolutamente sicure. Semplicemente perché la sicurezza assoluta, per qualsiasi cosa sia realizzata con un computer, e quindi ogni garanzia, non esiste. È questo è vero indipendentemente da quanta convinzione metta un politico a dire il contrario per ragioni di mera propaganda.

Nel caso delle transazioni economiche, l’uso della tecnologia non può garantire la sicurezza. Ma queste possono essere usate, a prezzo di cospicui investimenti, grazie a assicurazioni che ripaghino i costi di errori, malfunzionamenti o frodi.

Sono assicurate, sottolineiamolo bene, non tecnologicamente, ma su base finanziaria, in base a valutazione di rischi probabili e, per i rischi residui non assicurabili (che esistono sempre), accollandosi i costi di fallimento della tecnologia, che possono essere ridotti ma mai eliminati.

È proprio questo che fanno le banche o i gestori di sistemi di pagamento: usano parte dei guadagni per ripagare malfunzionamenti, errori o frodi. Questo fa pacificamente parte dei costi d’impresa. Una cosa che non dovrebbe sfuggire al Senatore che vanta un «percorso di alta formazione post-laurea in “Tecnica bancaria”» nel curriculum.

I furti di identità online che poi portano a spese indebite con le carte di credito sono un’evenienza comune. Molti clienti incappano in eventi del genere, sebbene non ne abbiano poi troppi problemi, se non qualche perdita di tempo, poiché nella maggior parte dei casi banche o emittenti si accollano i costi degli errori, malfunzionamenti o utilizzi fraudolenti: sono assicurati. Ma se i voti errati (non necessariamente per dolo o frode) diventeranno un’evenienza comune non solo i cittadini non potranno rivolgersi a nessuno, ma per natura stessa del voto elettronico non potranno mai neppure saperlo.

Chi mai assicurerebbe un malfunzionamento, o peggio l’uso fraudolento del voto elettronico?

Non può esserci nessuna «massima correttezza» nel caso del voto elettronico, per sua stessa natura di processo informatico, e non può esistere alcuna forma di assicurazione finanziaria dei rischi.

Semplicemente chi propone il voto elettronico sta proponendo di levare qualcosa ai cittadini, non dargli qualcosa di migliore.

La «massima correttezza» di cui parla l’incauto senatore può essere vantata solo perché, chiariscono gli esperti, a differenza delle frodi su voto cartaceo, nel caso del voto elettronico sarebbe possibile compiere frodi di ampio respiro senza lasciare nessuna traccia. Si può vantare correttezza solo perché nessuno le cose possono essere organizzate in modo da evitare che frodi o un fallimenti siano scoperte. E ciò nonostante esistono moltissimi casi in cui frodi o fallimenti sono stati scoperti.

Verità: in Europa hanno abbandonato

L’introduzione del voto elettronico non aggiunge nulla al processo elettorale. Il vantaggio principale, la velocità di spoglio, può essere ottenuto con un adeguato uso della tecnologia ma senza voto elettronico, come recentemente avvenuto in Spagna.

Invece il voto elettronico sottrae la possibilità per ciascun cittadino di verificare il processo elettorale con i propri occhi o attraverso gli occhi dei propri rappresentanti di lista o delegati, senza avere alcuna conoscenza specialistica e senza doversi fidare di qualcuno nominato dal governo stesso che organizza l’elezione.

Questo è il motivo per cui la Corte Costituzionale in Germania ha sancito nel 2009 l’incostituzionalità del voto elettronico che non permette al singolo cittadino di vedere con i propri occhi e senza particolari conoscenze le procedure elettorali. Non sembra che i tedeschi si considerino particolarmente in ritardo rispetto all’Europa, ma piuttosto tranquilli che le proprie procedure elettorali siano corrette e al riparo da manipolazioni. Se invece l’Italia è in ritardo sulla Germania è solo perché non abbiamo ancora sottratto dalle mani dei politici, con una sentenza della Corte Costituzionale, la possibilità di compiere brogli a livello globale con l’introduzione del voto elettronico. Quello sì che è un ritardo.

In Olanda, dopo un decennio di polemiche seguite all’introduzione del voto elettronico, che gli hacker locali hanno mostrato innumerevoli volte come fosse possibile manipolare e modificarne i risulati, il governo stesso ha deciso di eliminare del tutto il voto elettronico. Non è stata solo la paura di fantomatici hacker russi che avrebbero potuto modificare i risultati delle elezioni a favore di quei partiti che segretamente potrebbero essere stati finanziati dal Cremlino, ma piuttosto il riscontro che l’impossibilità di rendere affidabile e garantito il voto elettronico stava provocando una grande disaffezione dei cittadini al processo democratico, ormai considerato insuperabilmente bacato e fuori controllo.

Anche in Norvegia il voto elettronico è stato utilizzato per molti anni, ma a seguito di un approfondito studio sociale si è deciso di eliminarlo poiché alla tradizionale ritrosia delle generazioni più anziane per l’uso del sistema informatico, si era associata l’aumento dell’astensione delle giovani generazioni più consapevoli dei rischi di manipolazione dello strumento tecnico.

Non incentiva la partecipazione

Per questo motivo la successiva affermazione nell’articolo dell’improvvido senatore appare quantomeno disinformata: «In Italia, abbiamo ormai da anni un serio problema di riduzione della partecipazione dei cittadini al voto: agevolare il diritto/dovere di ognuno di noi è una necessità, non possono essere gli impegni legati al lavoro, allo studio o alla salute ad impedirlo.» Purtroppo il voto elettronico non aumenterà la partecipazione al voto, la ridurrà come è avvenuto in Olanda e Norvegia.

Certamente potrebbe includere nel voto persone che oggi esprimono con difficoltà il proprio voto, come gli italiani all’estero, ma anche in questo caso gli altri paesi europei dopo aver utilizzato il voto elettronico hanno drasticamente cambiato direzione, come la Francia o la Germania, che abbandonata l’idea di usare i computer, hanno piuttosto fatto una saggia analisi della localizzazione dei propri cittadini all’estero costituende un sufficiente numero di seggi esteri per massimizzare il numero di elettori coperti e minimizzare le loro necessità di spostamento attraverso una analisi di geolocalizzazione. Fabio Pietrosanti, del Centro Studi Hermes Center sulla Trasparenza e i Diritti Umani Digitali ha mostrato che con l’apertura di 80 seggi esteri si coprirebbe oltre l’86% degli elettori iscritti all’AIRE considerando un viaggio di andata e ritorno dal seggio di 2 ore. Se si aprissero 216 seggi la percentuale salirebbe al 99%. Per un confronto, i seggi nazionali erano poco più di 6.000 nelle elezioni del 2018.

Molti sostenitori del voto elettronico sostengono che i dati mostrano chiaramente un aumento della partecipazione al voto elettronico. Ad esempio vantano che in Estonia il voto elettronico sia passato da 5.4% in 2007, 15% in 2009 e ha raggiunto il 24.3% in 2011. Purtroppo la reale affluenza generale al voto nelle elezioni politiche è passato dal 64.2% al 63.7% e per le europee è addirittura crollato dal 43.9% al 37.6%. L’aumento della preferenza, tra il voto elettronico (che in Estonia significa un insieme di misure quantomeno atipiche come il voto nei supermercati e l’Internet voting sugli smartphone utente), non ha implicato, nella migliori delle ipotesi, un reale aumento della partecipazione generale al voto. Questa è un’altre delle affermazioni distorte dei sostenitori del voto elettronico.

Disinformazione dal mondo

Il Senatore in quell’articolo del Blog delle Stelle quindi fa affermazioni quantomeno disinformate su ciò che sta avvenendo in Europa, ed in tutto il mondo, sul voto elettronico. La cosa non stupisce perché nei blog ascrivibili al Movimento o a Grillo si continuano a propagare fake-news sul voto elettronico senza rispondere alle richieste di rettifica.

Nei paesi che hanno alti indicatori di democrazia, il voto elettronico non è presente, è stato abolito o sta inesorabilmente retrocedendo come avviene in Svizzera e Stati Uniti.

In Brasile e in India, due casi peculiari per la loro estensione geografica e complessità sociale, le polemiche, che per anni sono state circoscritte alla comunità accademica e dei tecnologi, sono ora state portate in modo coordinato dai principali partiti delle opposizioni.

Se si vogliono escludere le fake-news di applicazione del voto elettronico in paesi che non l’hanno mai veramente utilizzato (come in Congo), o le sperimentazioni di poche centinaia di votanti (come quella di Zugo o del West-Virginia), o applicazioni francamente impossibili da confondere con un voto elettronico (come quelle di Tsukuba), tutte cose che purtroppo ancora oggi rimangono inalterate sulla pubblicistica propagandistica del Movimento 5 Stelle, resta solo il caso «orribile» dell’Estonia, uno stato che viene solitamente indicato come smart. Cosa che è sicuramente, ma questa sua smartitudine nasconde qualche retroscena importante in tema di voto elettronico.

Il caso «orribile» estone

Indipendente dal 1991, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Estonia ha modificato la propria linea temporale storica considerando il periodo sovietico una sorta di occupazione straniera richiamandosi all’indipendenza del 1918. Non ha quindi voluto accettare il periodo sovietico come parte della propria storia. I nuovi governanti estoni, grazie ad una favorevole situazione economica hanno investito pesantemente sulla tecnologia, ammodernando in modo sostanziale lo stato. Però la superficie estone è poco più grande della Svizzera. La minoranza di etnia russa è stata progressivamente espulsa, quasi il 20% della popolazione ha dovuto in modo o nell’altro lasciare la nazione. La popolazione è crollata a circa 1.300.000 abitanti (per fare un paragone, sono meno della metà degli abitanti di Roma, cioè circa quelli di Milano).

Questi aspetti storici e in particolare la composizione etnica assume un particolare valore per la struttura democratica del paese. Le elite estoni dominanti, attraverso l’adozione del voto online, sono riusciti a ridurre ulteriormente il peso politico delle minoranze russe (che adesso sono quasi dimezzate fino al 20% della popolazione). Queste sono generalmente meno scolarizzate e moderne. Il governo ha anche permesso il voto degli estoni all’estero (un voto molto poco controllato, se non attraverso la carta d’identità, conferita dallo stesso governo) e non hanno minimamente voluto considerare alcun tipo di protezione sul controllo di voto dei gruppi familiari, nascondendosi dietro l’argomento capzioso che il voto online si sarebbe potuto sempre cambiare da un successivo voto cartaceo.

Inoltre il voto estone è una complessa procedura che si estende su un periodo molto lungo e che può essere espresso in forma “multicanale”, ad esempio in stand all’interno di centri commerciali, oppure online, oppure fisicamente. La riconciliazione di tutte queste fonti di dati è sotto il diretto controllo del governo, che per tentare di acquisire una credibilità ha invitato osservatori da tutto il mondo che certificassero la correttezza delle procedure di voto, cosa che non è mancata da parte di molti osservatori, le cui lussuose trasferte sono state completamente pagate e spesate dal governo estone. Quando però il gruppo di ricercatori informatici guidati dal prof. J. Alex Halderman, University of Michigan in cui figurava anche il nome note di Jason Kitcat, autore del programma di voto elettronico GNU.Free, ha potuto osservare effettivamente il voto, avendo competenze tecniche sulla sicurezza informatica delle applicazioni, nonché specifiche conoscenze sui problemi inerenti il voto elettronico, il giudizio è stato molto differente e il rapporto indipendente dei ricercatori, giunse a risultati molto differenti: il voto estone non garantisce né in modo assoluto, né in modo relativo requisiti minimi di sicurezza al punto che, come esercizio controfattuale sul sistema messo a disposizione dal governo, i ricercatori svilupparono programmi in grado di trasmettere al sistema informatico voti differenti da quelli visualizzati dall’elettore, senza che né questi né gli operatori del voto potessero accorgersi del problema: il voto online estone risultava quindi manipolabile con malware, anche abbastanza banali, iniettabili sui terminali degli utenti (computer o smartphone).

Alcuni aspetti in particolare sono stati criticati nel voto elettronico estone:

  • suffragio universale: il voto estone è stato criticato perché ha distorto in maniera significativa il suffragio sotto rappresentando le minoranze di etnia russa in quanto la sua adozione ha permesso alle élite estoni, spesso neppure presenti sul territorio nazionale, o comunque non personalmente identificabili di partecipare al voto online, dove l’identità personale era garantita solo dalla presenza di una carta di indentità elettronica e non da un riconoscimento d’autorità, come invece avviene nella stragrande maggioranza dei paesi di democrazia avanzata;
  •  libertà di voto: ricerche indipendenti hanno verificato, attraverso la valutazione dei tempi di acquisizione dei voti, che le preferenze espresse online godevano di bassissima variabilità, confermando l’ipotesi di ricerca che i voti fossero coordinati a livello di nucleo familiare sotto il controllo di una singola decisione, difficile parlare di «libertà di voto» in questo caso;
  •  segretezza il gruppo di esperti indipendenti invitati a supervisionare il voto estone ha trovato notevoli possibilità di manipolare il voto, che avveniva su terminali non controllati nelle case dei votanti, attraverso l’iniezione di virus e malware nella piattaforma che permettevano, nella migliore delle ipotesi la divulgazione del voto, nella peggiore l’effettiva manipolazione.

Quest’articolo del Guardian è molto specifico su questi temi:

https://www.theguardian.com/technology/2014/may/12/estonian-e-voting-security-warning-european-elections-research

Lo stato ‘smart’ estone è un esempio di estrema invasione nella privacy del cittadino discendente dalla precedente situazione di controllo sociale sovietico che molto mal si accorda con la sensibilità verso la privacy individuale delle moderne democrazie occidentali. All’interno di questo modello, il voto elettronico non è che uno dei tasselli più critici.

Una mancia quindi molto costosa

Secondo l’ultima analisi in Italia votare costa circa 400 milioni di euro per far votare 50 milioni di elettori, circa 8€ ad elettore, sebbene non sia mai stata diffusa una analisi dettagliata se non nel 2013, aggregata per costi dei vari ministeri. In Estonia invece questa analisi è stata diffusa. Si può vedere che il voto elettronico costa circa il 50% in meno. In Estonia il costo minimo di voto è di 2,5€ ad elettorre. Se questa valutazione fosse applicabile a dispetto dei vari fattori di notevole differenza tra Italia e Estonia (ad esempio l’Italia ha circa 50 volte la popolazione estone), sarebbero necessari comunque 200 milioni di euro per votare.

In realtà le cose stanno anche peggio di così, perché l’introduzione del voto elettronico senza un adeguato supporto costa di più e non di meno del voto cartaceo. Ad esempio, il costo con le macchine di voto nel referendum lombardo sull’autonomia fu di 24 milioni di euro, circa il doppio di quanto fu necessario al Veneto a fare la stessa cosa, più o meno per lo stesso numero di elettori. In Veneto semplicemente non fu necessario accontentare il M5S che “scambiò” il sostegno al referendum con l’introduzione di quel fallimentare aborto di voto elettronico. Il voto elettronico costò ai lombardi il doppo di quanto pagarono i veneti, ottenendo risultati peggiori, più lentamente e con maggiore incertezza sui risultati.

Il finanziamento oggi assegnato alla sperimentazione, secondo il senatore Garruti, è di un milione di euro. Un milione di euro. Secondo il senatore del M5S tanto è sufficiente per imprimere una forte accelerazione al voto elettronico.

Con le illusioni propagandate dai politici, si sa, è inutile polemizzare.

Ci chiediamo solo come questi soldi verranno usati, per imprime una tale accelerazione. Probabilmente pasticciando una qualche app per cellulare (come quelle adottata in West Virginia per far votare 144 militari lontani dal territorio statale). Con buona pace dell’anonimato del voto e della trasparenza del processo elettorale.

Un consiglio (non richiesto)

Poiché nel voto elettronico, con tutta evidenza, manca un substrato teorico che possa permettere l’espressione libera del voto in termini di ricerca matematica delle strutture di rappresentazione delle contrastanti esigenze di anonimato del voto e trasparenza del processo, l’unico vero contributo che potremmo dare in questo campo è se usassimo questi soldi nella ricerca avanzata nel campo della matematica teorica.

Il finanziamento della sperimentazione

Sarebbe un milione di euro comunque sprecato ai fini di qualcosa che non si potrà comunque fare per le sue caratteristiche intimamente antidemocratiche, come sostiene la sentenza della Corte Costituzionale tedesca, ma almeno avremo sicuramente contribuito al benessere della società attraverso il finanziamento della ricerca, nonché al benessere delle nostre povere facoltà scientifiche che purtroppo non riescono a fare abbastanza per allevare una classe dirigente capace di comprendere almeno le determinanti di base delle tecnologie informatiche.

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