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Un anno di governo

Un anno di nazional-populismo: cronaca di un disastro annunciato

ANSA

E fu così che il tanto (auto)celebrato “governo del cambiamento”, che i suoi azionisti promettevano (fino a poche settimane fa) sarebbe durato 5 anni, alla fine è durato poco più di uno.
Eppure, un primato gli va senz’altro riconosciuto: quello di essere riusciti, in così pochi mesi, a produrre una serie di danni tanto gravi quanto duraturi, e i cui effetti più deleteri tuttavia debbono ancora arrivare.

Le premesse del disastro, del resto, erano tante ed evidenti. Lega e 5S avevano condotto una campagna elettorale infarcita di promesse irrealizzabili (e infatti mai realizzate, almeno nella forma in cui erano state annunciate), ed era chiaro fin da allora che questo esecutivo avrebbe dedicato la stragrande maggioranza delle sue forze alla comunicazione e al marketing, anziché alla sostanza, con l’intento – questo sì riuscito in pieno – di dare agli italiani una percezione della realtà distante anni luce dalla realtà stessa.

CONTENOMICS: MANCE TANTE, CRESCITA ZERO

Sul piano economico, nella prima parte dell’anno il Governo Conte ha fatto di tutto pur di portare a casa le “battaglie-simbolo” di M5S e Lega, ossia Reddito di Cittadinanza e Quota 100. Misure, secondo i loro sostenitori, capaci da sole di rilanciare l’economia e portare il PIL italico a crescere dell’1,5% nel 2019. C’era però da superare l’ostilità degli ottusi “burocrati di Bruxelles”, che non avendo studiato economia sui testi di Claudio Borghi e Alberto Bagnai continuavano a chiedere di mantenere il rapporto deficit/PIL all’1,9%, rispettando i patti internazionali. “Giammai!” tuonavano i due vice-premier, decisi a spezzare le reni agli eurocrati e lasciando veleggiare al 2,4% il suddetto rapporto.
Finì con un accordo su un 2,04%, che i più maliziosi interpretarono con un tentativo di irridere l’intelligenza degli elettori, evidentemente ritenuti incapaci di cogliere la differenza tra 2,4 e 2,04. Le promesse in campagna elettorale ne uscivano drasticamente ridimensionate, ma ciò non impediva al vice Premier di Pomigliano d’Arco di affacciarsi sul balcone dell’ufficio ed esultare per aver “sconfitto la povertà”.

Entravano così in vigore il Reddito di Cittadinanza e, soprattutto, Quota 100.
Lo scopo dichiarato del primo era rilanciare l’occupazione, grazie ai “navigator” mandati ad aiutare i centri per l’impiego e ai nuovi miracolosi software made in USA per incrociare domanda e offerta. Inutile dire che, ad oggi, i navigator non hanno nemmeno iniziato ad operare.
Eppure, per quanto sgangherato e farsesco, il RdC ha quantomeno avuto il merito di mettere un po’ di soldi nelle tasche di persone effettivamente bisognose.

Il provvedimento più devastante, invece, è senz’altro Quota 100.
Annunciato anch’esso come foriero di rilancio di occupazione (“Per ogni pensionato ci saranno 5 nuovi assunti” prometteva l’altro statista, suscitando l’ilarità di imprenditori ed economisti), ha generato una serie di conseguenze dalla gravità evidente.
In primis, nei confronti delle nuove generazioni, chiamate a farsi carico dell’ennesimo trattamento di riguardo a chi è nato prima di loro.
In secundis, perché il contestuale blocco del turn-over sta facendo venire a mancare decine di migliaia di posti nella pubblica amministrazione: mancano 250.000 dipendenti statali. In alcune regioni si stanno richiamando i pensionati al lavoro, anche nel settore sanitario.

Queste due “bandiere”, oltretutto, non sono solo inutili; per ottenere dall’Europa il via libera a metterle in moto il Governo Conte (“l’avvocato del popolo”) ha accettato come clausola di salvaguardia un aumento dell’IVA al 25%. Aumento che scatterà in automatico se non verrà trovato un nuovo governo, o se quello nuovo non riuscirà a trovare una ventina di miliardi di coperture per scongiurarlo.

 LE CROCIATE CONTRO LE ONG E L’OSSESSIONE SECURITARIA

Non c’è solo l’economia, ovviamente, a meritare commenti.

Questo anno verrà ricordato come quello delle crociate (non solo mediatiche) di Salvini contro l’altro grande nemico immaginario del popolo: le ONG.
Accusate di essere in combutta con gli scafisti, di rappresentare un “pull factor” per le partenze dalla Libia, e naturalmente di essere tutte a libro paga di Soros e attivamente impegnate nel famoso “piano di sostituzione etnica” che tanti stragisti ha ispirato oltreoceano.
Quasi superfluo ribadire che nessuna di queste tesi ha mai trovato uno straccio di riscontro nelle pur numerose inchieste giudiziarie aperte contro le ONG, o che la tesi del pull factor è una solenne bufala.
Altrettanto falsa è la vulgata secondo cui gli sbarchi sarebbero azzerati: i migranti hanno semplicemente cambiato tipologia di imbarcazione, e da quando le ONG sono oggetto di strali e ostruzionismo sono aumentati di parecchio i cosiddetti sbarchi fantasma. Questo per non parlare delle questioni ancor più macroscopiche, ad esempio il fatto che coloro che arrivano via mare sono sempre stati una percentuale minima dei migranti (compresi gli irregolari).

La realtà, tuttavia, come si diceva all’inizio, è ormai una variabile quasi del tutto irrilevante. L’opinione pubblica è convinta che Salvini abbia “fermato l’invasione” e piegato l’Europa (in virtù di qualche decina di migranti redistribuiti tra vari Paesi, il tutto mentre contemporaneamente la Germania ne sta rimandando indietro molti di più ).

Ma i migranti, per Salvini, non sono stati solo un mezzo per raddoppiare i consensi in pochi mesi; gli hanno soprattutto fornito la motivazione per varare due deleteri decreti-sicurezza, con i quali è riuscito a sfasciare tutto ciò che di positivo era stato fatto nell’accoglienza.
Col primo ha smantellato il sistema SPRAR e dichiarato “clandestini” decine di migliaia di migranti fino ad allora protetti, sbattendo in strada loro e lasciando senza lavoro chi operava nel circuito dell’accoglienza.
Col secondo ha sancito multe stratosferiche per chi salva vite in mare; un decreto che verrà verosimilmente preso a pernacchie alla prima impugnazione davanti a un tribunale, per le ragioni spiegate qui da Vitalba Azzollini, ma che intanto porta ulteriore consenso.

Impossibile non segnalare, a tal proposito, la costante (e probabilmente intenzionale) assenza di Salvini dalla stragrande maggioranza dei vertici europei in cui si discute di politiche migratorie. Segno evidente che la volontà non è quella di risolvere davvero il problema, ma di mantenerlo tale per poterci lucrare politicamente.

Ma al di là delle leggi e dei suoi effetti, la sensazione che si avverte è quella di un Paese in cui ormai ogni forma di intolleranza non è più motivo di vergogna, ma viene anzi spesso rivendicata come motivo d’orgoglio.

 FONDAMENTALISTI CATTOLICI ALLA RISCOSSA

Sarebbe infine un errore sottovalutare lo spazio (mediatico ma non solo) concesso da questo esecutivo – e in particolare dalla componente leghista – al fanatismo religioso più retrogrado, sublimato in quel congresso di Verona a cui Salvini e Meloni sono stati non a caso ospiti d’onore.
Un esecutivo che ha visto Simone Pillon fare il ministro della famiglia, e in quella veste portare avanti un disegno di legge che riporta indietro di una cinquantina d’anni i diritti delle donne.

Molto altro si potrebbe dire, di questo che forse è stato il peggior governo dal dopoguerra: l’evidente inadeguatezza di certi ministri dei 5 stelle; la prassi di legiferare inseguendo i casi di cronaca (nera ma non solo) anziché uno straccio di idea complessiva e coerente di Paese; l’impudenza di fare sceneggiate mediatiche anche durante i funerali delle vittime del crollo del ponte Morandi; l’aver piazzato persone palesemente di parte in tutte le agenzie e gli organi teoricamente terzi (dalla Rai all’Inps), nella convinzione che anche la matematica debba piegarsi alla volontà del popolo sovrano; l’imbarazzante sequela di voltafaccia del M5S rispetto a principi una volta tempo fondamentali (“i politici devono difendersi nei processi, non dai processi”; “massimo 2 mandati”).

Si potrebbe dire molto altro, ma sarebbe un esercizio inutile: il primato di peggior governo dal dopoguerra, del resto, pare destinato a cambiare presto assegnatario, visto che all’orizzonte si prospetta un esecutivo Salvini-Meloni-Berlusconi, o più verosimilmente un Salvini-Meloni (se non addirittura un monocolore verde).

La vera questione, casomai, è come costruire un’alternativa vera, visto che al momento non ne esistono di credibili.
Ma questo sarà oggetto di molti altri articoli.