L’ultima di Forza Italia: documenti per iscriversi a Facebook

L’ultima di Forza Italia: documenti per iscriversi a Facebook

Narrano i libri di storia che in Inghilterra, quando comparvero le prime autovetture a motore, il Parlamento emanò una legge che obbligava i conducenti ad essere preceduti da un uomo a piedi che sventolava una bandiera rossa (il limite massimo di velocità era di 3Km/h).

Questo aneddoto viene spesso citato ad emblema dello spaesamento -misto ad ansia legiferatrice- che coglie i politici quando nuove tecnologie si fanno strada nella società; se poi i suddetti politici sono anche anziani e poco esperti in materia il disastro è pressoché certo.

Così, nell’Italia alle soglie del 2019, il senatore di Forza Italia Nazario Pagano ha presentato in aula un disegno di legge “per obbligare i Social Network a richiedere all’utente la carta di identità all’atto dell’iscrizione!”. Il motivo? “Chi insulta e minaccia deve essere rintracciato e perseguito!”.

Un merito va senz’altro riconosciuto al senatore: è riuscito a concentrare in un’unico tweet -e poi in un DDL- tutte le credenze popolari riguardo al funzionamento di Internet.
A partire, naturalmente, dalla convinzione che in Rete tutti siano anonimi by default, e che dunque sia possibile vilipendere e diffamare chiunque impunemente.

Ora, anche chi non ha mai sentito parlare di cose come l’indirizzo IP, la rete TOR o il Deep Web, se dotato di un minimo di spirito critico, dovrebbe chiedersi come faccia la Polizia Postale a smantellare sistematicamente reti di pedofili o di terroristi, o a smascherare i truffatori.
Ma fa ancor più sorridere il fatto che il senatore punti il dito non contro Internet in generale, ma contro i Social Network in particolare; laddove la stragrande maggioranza delle persone si firma col proprio vero nome e cognome, desiderosa com’è di elevarsi al rango di VIP di quartiere e di fare sfoggio della propria pochezza al resto del mondo.

La parte più tragicomica del DDL resta comunque l’introduzione. Dove si può leggere a cosa serve, secondo i promotori, questa legge:

(…) semplicemente a far sì che le vittime di reati quali ad esempio la diffamazione e le minacce, commesse a mezzo internet, siano agevolmente tutelate.

Intento nobile: peccato solo che “la diffamazione e le minacce commesse a mezzo internet” siano già punibili, anche senza questa legge. C’è scritto in una sentenza della Corte di Cassazione (n. 50/2017):

la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “Facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 terzo comma del codice penale, poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone; l’aggravante dell’uso di un mezzo di pubblicità, nel reato di diffamazione, trova, infatti, la sua ratio nell’idoneità del mezzo utilizzato a coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando – e aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa, come si verifica ordinariamente attraverso le bacheche del social network, destinate per comune esperienza ad essere consultate da un numero potenzialmente indeterminato di persone, secondo la logica e la funzione propria dello strumento di comunicazione e condivisione telematica

Ergo, questa legge sarebbe del tutto superflua per la tutela delle vittime di diffamazione o vilipendio.

Ma è l’idea stesa alla base di tutto il DDL che è sorprendente.

L’anonimato nell’espressione del pensiero infatti ha ragione di esistere nei regimi illiberali, non certo in uno Stato democratico dove è la norma fondante stessa a garantire la libera espressione del pensiero con ogni mezzo.

Andrebbe ricordato al senatore che, negli Stati democratici, ci sono alcune figure il cui anonimato non solo è lecito, ma prezioso e tutelato per legge. Ad esempio per chi denuncia i mafiosi è una questione -letteralmente- di vita o di morte. Nel 2017 è finalmente entrata in vigore anche in Italia una legge a tutela dei c.d. whistleblower, cioè quei dipendenti che segnalano episodi di corruzione o altri reati sul posto di lavoro (e che prima non denunciavano, temendo ritorsioni e licenziamenti “disciplinari”). Una legge che, da quando è entrata in vigore, qualche effetto l’ha sortito: in un anno le segnalazioni sono raddoppiate. Ma del resto, il partito del senatore Pagano si oppose strenuamente a quella legge, definendola “un provvedimento ignobile” e “una barbarie giuridica”.

Un Internet senza alcuna possibilità di mantenere l’anonimato può portare ad un solo scenario: quello cinese. Dove le persone sono inserite nel famigerato sistema di credito sociale che li porta ad essere tanto più premiati quanto più forte applaudono al Governo, mentre chi non è d’accordo fa bene a tenere per sé le proprie opinioni.

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