Si scrive Reddito di cittadinanza, si legge carta annonaria 2.0

Si scrive Reddito di cittadinanza, si legge carta annonaria 2.0

L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

Quella in cui viviamo è notoriamente un’epoca in cui basta cambiare il nome alle cose per far credere alla gente che cambi anche la sostanza. Una prassi che i partiti italiani attualmente al governo hanno però elevato al livello d’arte, staccando di parecchi punti chi li aveva preceduti.

L’ennesimo condono viene presentato come “pace fiscale”, con buona pace di anni di lotte a favore degli Onesti. Ma si arriva anche a teorizzare la Flat Tax a tre aliquote e progressiva, l’obbligo flessibile vaccinale e altri superbi ossimori, in confronto ai quali le convergenze parallele della Prima Repubblica erano puerili anticipazioni.

Il capolavoro, tuttavia, si raggiunge col Reddito di cittadinanza, punto programmatico #1 dei 5 Stelle.

Ora, è bene premettere che si tratta di un tema dibattuto da almeno tre decenni a livello internazionale, e generalmente visto come una delle più intriganti sfide delle forze politiche progressiste; uno strumento per contrastare la possibile disoccupazione di massa causata dalla robotizzazione, un modo nuovo di concepire il welfare, sburocratizzandolo e rendendolo universale.

La sintesi più esaustiva e completa della questione la si può trovare sul sito Valigia Blu; riportiamo, di seguito, soltanto le definizioni, perché sia chiaro di cosa si sta parlando.

Reddito di base: È un reddito erogato in modo incondizionato a tutti, su base individuale, senza alcuna verifica della condizione economica o richiesta di disponibilità a lavorare. Da circa 30 anni convegni europei e mondiali sul tema sono organizzati dalla rete di coordinamento BIEN (Basic Income Earth Network).

Reddito minimo garantito: È un reddito limitato nel tempo che si basa su un programma universale ma selettivo. La concessione del sussidio dipende infatti da regole uguali per tutti. È garantito in base al reddito e al patrimonio di chi ne fa domanda. Nei parametri può anche rientrare il fatto di aver perso un lavoro o di non riuscire a trovarlo

Salario minimo: È una remunerazione minima che i datori di lavoro devono per legge dare ai propri dipendenti

Il Reddito di cittadinanza pentastellato, come si può notare, non corrisponde a nessuna di queste definizioni.

Da quello che è noto fino ad oggi, quello che Di Maio & Friends hanno in mente è una carta prepagata, da distribuire a chi si trova in condizione di povertà assoluta ed è di cittadinanza italiana, spendibile solo in alcuni specifici negozi e solo per beni “morali”, e vincolata alla prestazione di lavori socialmente utili da parte dei “beneficiari”.

Non si tratta, di per sé, di idee nuove; al contrario, si possono menzionare illustri precedenti di tutto ciò.

In epoca fascista in Italia esisteva la Carta Annonaria, un documento nominativo bimestrale che permetteva di recarsi da un fornitore autorizzato per prenotare generi alimentari o di altra tipologia. Nella Cuba rivoluzionaria -e in parte ancora oggi- esiste(va) la Libreta, mentre il Venezuela di Maduro (a cui l’Italia rischia di assomigliare sempre di più, secondo alcuni) ha optato per il Carnet de la patria.

Tutti esempi tratti da Paesi in cui erano (o sono tuttora) al potere regimi dittatoriali -talvolta rossi talvolta neri- particolarmente ferrati nel controllo e la repressione sociale, oltre che guidati da persone prive delle più basilari nozioni d’economia.

Se nei Paesi civili il Basic Income viene visto come uno strumento di emancipazione individuale -in grado cioè di liberare l’individuo dalla necessità di accettare qualunque lavoraccio pregario e malpagato, magari per poter lanciare la propria startup senza l’incubo di finire a rovistare nei cestini-, da noi rischia di diventare l’esatto contrario: un mezzo con cui lo Stato controlla gli indigenti, dando loro un piatto di minestra in cambio di corvèe (del resto, che i giallo-verdi abbiano una concezione signoril-feudale dell’economia è ormai chiaro), mentre cerca -attraverso i Centri per l’Impiego- di trovargli un lavoro “congruo” (sul perché questo aggettivo basti, da solo, a mandare in vacca ogni speranza che qualcuno trovi davvero un impiego si veda qui e qui). Il tutto, è bene sottolinearlo, mentre non si fa pressoché nulla per l’emancipazione vera delle persone.

Difficile trovare motivazioni razionali ai vincoli di tipo morale. Se l’obiettivo è quello di rilanciare i consumi, non si capisce che differenza faccia se il RdC viene speso dal fruttivendolo o dal tabaccaio; in entrambi i casi ci sarà un esercizio commerciale che vede aumentare il proprio guadagno, e su questo pagherà le relative tasse. E infatti in nessun Paese in cui è in vigore una qualche forma di reddito di base gli acquisti vengono tracciati e monitorati dallo Stato, né tantomeno suddivisi in morali e immorali.

Questa idea di tracciare gli acquisti e vincolarli tecnicamente a certi esercizi sembra legata alla convinzione -largamente diffusa- che i poveri siano tali in quanto stupidi, pigri o entrambe le cose. Bisogna cioè imporre quei vincoli alle spese perché altrimenti c’è il rischio che il beneficiario vada a spendere il RdC in alcool e sigarette, continuando dunque a patire la fame.
Il tutto potrebbe anche avere un senso, se non fosse per un dettaglio: che i due partiti al Governo passano le giornate a magnificare la saggezza e la lungimiranza del Popolo, che l’avrebbe manifestata votando per loro lo scorso 4 marzo.

In realtà si potrebbe anche pensare che l’ossessione per la moralità degli acquisti sia un’altra, cioè il fastidio diffuso per l’eventualità che chi riceve soldi “senza il sudore della fronte” possa divertirsi, altro tratto saliente del modo di “ragionare” di larga parte dell’opinione pubblica italiana. Chi riceve un sussidio dovrebbe -secondo questa mentalità- avere la decenza di mostrarsi in pubblico perennemente afflitto e mesto, e magari passare le giornate a ringraziare il contribuente (di solito involontario) per cotanta grazia ricevuta. Nulla da ridire, invece, su chi riceve stipendi completi per fare lavori palesemente inutili e talvolta fittizi, inventati dalla politica a mero scopo di compravendita di voti; né, tanomeno, su chi evade sistematicamente le tasse, contribuendo magari a provocare il fallimento di chi le imposte le paga fino all’ultimo centesimo.

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