L’antidoto al caro-libri si chiama Wikibooks

L’antidoto al caro-libri si chiama Wikibooks

L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

Ogni anno la storia si ripete: tra giugno e i primi di settembre genitori e studenti peregrinano da un mercatino dell’usato all’altro (e da qualche anno anche tra diversi siti) per tentare di ridurre al minimo l’annuale salasso per i libri di testo scolastici.

Un terreno su cui, negli ultimi tempi, si è mossa anche la politica, o almeno ha provato a farlo: sono stati introdotti tetti di spesa, fissati, mediamente, a 162 euro per ogni anno delle medie e a 236 euro per le superiori. Tuttavia, come segnalato spesso dalle associazioni studentesche, i tetti di spesa vengono spesso sfondati (cosa teoricamente lecita, secondo le leggi in vigore, purché nel limite del 10% e con motivazione del collegio dei docenti).

E poi c’è la questione più ovvia: il fatto che in molte famiglie i figli in età scolastica sono più d’uno.

La questione del caro-libri costituisce forse l’esempio più intuitivo di come un utilizzo saggio della Rete e l’adozione di logiche opposte al copyright potrebbero portare benefici alla stragrande maggioranza dei cittadini, e, al tempo stesso, di come ciò non venga fatto per (verosimilmente) questioni di interessi di specifiche categorie.

I libri di testo per le varie classi potrebbero semplicemente essere scritti e pubblicati da qualche parte in forma Wiki: magari sul sito del MIUR -per i più istituzionali, ma chi scrive non ci vedrebbe nulla di male a ricorrere al già esistente Wikibooks. Il Ministero potrebbe ingaggiare un pool di docenti (o chiunque ne abbia la competenza) per la prima stesura e pubblicazione online; dopodiché i manuali verrebbero continuamente aggiornati nel corso degli anni (a costo zero) dagli utenti.

Lo Stato potrebbe accollarsi anche la stampa dei manuali (non prendiamo qui in considerazione ipotesi troppo futuristiche di classi tutte digitali e con tablet al posto dei libri; a parte il fatto che esiste una letteratura scientifica che dimostra come l’esposizione precoce ai dispositivi digitali non solo non aiuta ma rincretinisce, resta il fatto che anche i millennials sembrano non essere più così entusiasti del mondo digital) e praticare il tanto spesso invocato comodato d’uso dei libri di testo.

Oppure, se ciò sembrasse troppo oneroso, potrebbe almeno permettere alle famiglie di scaricare il manuale dal sito e portarlo a stampare presso una qualunque copisteria; sicuramente il risparmio sarebbe ancor maggiore che ai mercatini dell’usato.  

Viene quindi da chiedersi cosa impedisca di porre in atto tutto ciò. Possibile che nessuno in Parlamento abbia mai almeno pensato a scenari come questi? Davvero vogliamo credere che là dentro siano tutti così sprovveduti?

Più probabile l’altra ipotesi. Se è vero il motto andreottiano che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”, si può riflettere sui volumi d’affari che il settore scolastico assicura all’editoria italiana.
In un articolo di tre anni fa Il Post spiegava che

L’editoria scolastica vale un quarto del mercato editoriale italiano. In termini di fatturato significa circa 600 milioni di euro annuo

Ed è un mercato sicuro, a differenza di quello “normale”: gli studenti (quasi 7 milioni) sono costretti a comprare i libri. Un fatto non da poco, in un Paese in cui “i lettori” (cioè quelli che leggono almeno 1 libro all’anno -in Inghilterra è considerato “lettore” chi ne legge uno al mese) sono solo il 40% della popolazione.

Meglio (per le case editrici) dunque continuare a tenere artificialmente in vita un business che, di suo, non riuscirebbe più a camminare sulle proprie gambe.

Il che, in fin dei conti, è la funzione del copyright in generale.

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