Prepariamoci alla Shock Doctrine gialloverde

Prepariamoci alla Shock Doctrine gialloverde

L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

Nel 2007 Naomi Klein pubblicava “The Shock Doctrine“, in cui spiegava come, dal 1975 ad oggi, in molti Paesi del mondo i Governi abbiano approfittato di disastri naturali (terremoti, uragani) o artificiali (crisi del debito) per imporre agende economiche liberiste a popolazioni incapaci di reagire perché sotto shock. Privatizzazioni, deregolamentazione, smantellamento di diritti sindacali, sconti fiscali per le imprese straniere: la stessa ricetta (ispirata alle teorie economiche di Milton Friedman e dell’Università di Chicago) e imposta ovunque, anche ricorrendo alla violenza. Dal Cile di Pinochet a New Orleans post-Katrina, passando per il Sud Africa di Mandela alla Polonia di Solidarnosc. Fino al caso di Porto Rico, a cui la giornalista canadese ha dedicato il suo ultimo lavoro (The Battle for Paradise).

Negli anni della crisi (peraltro magistralmente profetizzata alla fine del libro), la Klein ha riconosciuto nelle misure di austerità imposte alla Grecia e ad altri Paesi europei il medesimo schema.

Ora, la sensazione di chi scrive è che fra qualche anno la giornalista canadese potrebbe ritrovarsi a dover aggiornare quella fondamentale opera letteraria, “grazie” all’Italia e al suo Governo gialloverde. E si potrebbe già da ora ipotizzare il titolo del capitolo: “la variante italiana”. Laddove il termine “variante” si riferisce al fatto che qui l’agenda socio-economica imposta a forza non sarebbe quella di Friedman e dei Chicago Boys, ma qualcosa di più simile al ventennio fascista o al Venezuela di Chavez.

Il crollo del ponte Morandi a Genova è stato uno shock a regola d’arte. Più di tutti i terremoti, delle alluvioni e di altre pur numerose catastrofi naturali, che per loro natura sono comunemente associate all’ineluttabile destino (nonostante, quasi ogni volta, le indagini dimostrino come i morti si sarebbero potuti evitare, magari evitando di affidare la costruzione ad imprese in odor di mafia). Un ponte che crolla è -anche nel linguaggio comune- l’emblema dell’inefficienza del “sistema Paese”.
 
A far capire cosa ci aspetta nei prossimi mesi ci ha pensato Matteo Salvini, lo scorso 19 agosto.

Questo governo è partito da due mesi mezzo, facendo cose giuste e l’apprezzamento degli italiani è ai massimi storici. Noi siamo contenti ma c’è qualcuno che è meno contento perché se con questo governo l’Italia dimostra di non dipendere dai soliti poteri forti, dai banchieri, dai finanzieri, quelli sono terrorizzati perché allora potrebbero farlo anche altri paesi. Per cui cercheranno in ogni maniera di stroncare l’esperimento italiano con il debito pubblico, lo spread, il declassamento delle agenzie di rating, i richiami e le penalità. Noi non arretriamo di un millimetro ma quando inizieranno a bastonare ci sarà bisogno di voi, della vostra reazione

Il copione insomma è già scritto: i “poteri forti” (qualunque cosa significhi) cercheranno di stroncare l'”esperimento italiano” con “il debito pubblico, lo spread” etc. E magari vorranno impedirci di ricostruire il ponte e/o aiutare le vittime del crollo.  Del resto, l’antipasto di questa solfa si era visto fin dalle prime ore dopo la tragedia: Bagnai aveva vinto la Corsa degli Sciacalli con un tweet di una sola parola, “Austerità”, comunque sufficiente a far passare il messaggio (i ponti crollano perché da Bruxelles non ci fanno fare abbastanza deficit). E dopo di lui altri leghisti avevano esplicitato meglio il concetto, forse memori dell’elettorato che si ritrovano.
A onor del vero va detto che discorsi simili li aveva già fatti Renzi, ai tempi del terremoto nell’Italia centrale.

Ovviamente si tratta di una lettura della realtà che definire delirante è riduttivo, e a cui, verosimilmente, neanche lo stesso Salvini crede. Del resto, è ormai assodato che i politici italiani bollano lo spread come “una cosa seria di cui preoccuparsi” o come “un complotto dei poteri forti” a seconda della posizione che occupano nell’emiciclo: si veda a tal proposito l’editoriale di Mattia Feltri I treni inerti, in cui il giornalista metteva a confronto le posizioni di Brunetta e Di Maio sullo spread. Altro che bipensiero orwelliano.

Chiunque sia solito leggere giornali e siti minimamente specializzati sa benissimo che è almeno dalla fine del 2016 (dopo la bocciatura del Referendum sulla Costituzione) che alcuni giornalisti avevano “predetto” gli scenari catastrofici che verosimilmente si abbatteranno sull’Italia il prossimo autunno.
E ovviamente il crollo del Ponte Morandi non c’entra un fico secco: a preoccupare i mercati sono sempre state le intenzioni dei gialloverdi, con le loro promesse irrealizzabili, l’intenzione dichiarata di infischiarsene delle regole europee sul deficit e, dulcis in fundo, con lo spettro dell’uscita dall’euro, a parole sempre smentita ma messa nero su bianco (chissà, forse per vedere l’effetto che faceva) nella prima bozza del “Contratto di governo”.

A marzo 2017 Francesco Grillo, su Linkiesta, ipotizzava che l’Italia sarebbe stata commissariata già a Marzo, prevedendo una risalita dello spread a seguito della fine del QE della BCE e un’instabilità politica permanente. Nessuno si immaginava, all’epoca, che la Lega avrebbe preso il 17% alle elezioni, e soprattutto che sarebbe riuscita davvero a formare un governo con Di Maio.

Più di recente, poi, Mario Seminerio ipotizzava che nel governo gialloverde fosse ben nutrita la pattuglia di chi punta direttamente allo “scontro finale” con l’Europa cattiva.

Loro [cioè i vari Paolo Savona e altri fautori del “piano B”, n.d.r.] puntano all’Incidente, con la maiuscola.
E lentamente ma inesorabilmente l’Incidente sta costruendosi, sotto forma di spread in aumento, come testimoniano gli ultimi due giorni. La permanenza o l’ulteriore aumento di questi livelli di rendimenti, tra qualche settimana, si trasmetteranno all’intera struttura del costo del denaro in Italia, esercitando un impulso recessivo. Al manifestarsi del quale il governo, impegnato nella parte programmatica del Def e nella legge di bilancio per il 2019, rilancerà chiedendo ulteriore ed accresciuto deficit, giustificandolo con la peggiorata congiuntura.

Ebbene, ora l’Incidente con la maiuscola si è (s)materializzato, sotto forma di macerie del ponte Morandi. E sotto molti aspetti è perfetto: molto più di facile comprensione per l’opinione pubblica rispetto alla criptica “peggiorata congiuntura”, con in più il fatto di avere grosse responsabilità in un gruppo imprenditoriale potente (i Benetton) per di più additati a finanziatori dell’odiato PD (pazienza se, come ha spiegato il Fatto Quotidiano, i Benetton hanno finanziato parecchio anche la Lega e in particolare Zaia).

La sensazione è che i giallo-verdi possano utilizzare questo episodio per conseguire un duplice scopo: prima lo scontro finale con l’Europa con possibile uscita da essa e dall’euro, e -ottenuta quest’ultima- la realizzazione di un programma economico nazional-populista stile latino-americano, con nazionalizzazioni a profusione.  
Distopia? Eccesso di pessimismo? Speriamo. Ad oggi la maggioranza degli italiani è, nonostante tutto, contraria all’uscita dall’Europa e dall’euro. Ma le opinioni cambiano in fretta, soprattutto dopo uno shock. Come un ponte crollato.

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