Cosa impedisce di semplificare lo Stato?

Cosa impedisce di semplificare lo Stato?

L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

Si sente sente dire spesso che la burocrazia è uno dei problemi principali per chi fa impresa (o vorrebbe farla) in Italia, e sicuramente da qui alle prossime elezioni nessuno dei c.d. Leader si sottrarrà al consueto rituale di promettere semplificazioni drastiche. In pochi, tuttavia, saranno disposti ad ammettere una scomoda verità: che ridurre la burocrazia potrebbe anche far sparire diversi posti di lavoro.

Sarà capitato a chiunque sia stato assunto in un’azienda di fare la conoscenza del variegato mondo dei corsi di formazione obbligatori, ad esempio quello sulla sicurezza o -per chi lavora col cibo- l’HACCP.

Avrete cioè sentito parlare del d.lgsl. 81/2008, meglio noto come Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, che tra le tante (e giuste) cose prescrive l’obbligo, per le imprese, di informare e formare il lavoratore su rischi e pericoli nel proprio ambiente di lavoro.

Per adempiere a tale obbligo l’impresa deve rivolgersi a soggetti specifici. Ovviamente, poiché si sta pur sempre parlando dell’Italia, anche in questo campo si assiste alla proliferazione di illeciti e truffe, tra enti privi di abilitazione, attestati falsi e truffe d’altro genere, con annessa solita impossibilità di punire tutti gli inadempienti (si veda l’articolo di Valerio Valentini sul Fatto Quotidiano).

La cosa interessante, tuttavia, è che molti enti di formazione accreditati hanno adottato, negli ultimi anni -e in conformità con la legge- la possibilità dell’e-learning.

Volendo descrivere ciò in termini meno idilliaci: questi corsi -chi scrive parla per esperienza diretta- possono essere fatti online, accedendo a piattaforme che permettono sia di “studiare” sia di fare il fatidico test finale. Si “studia” con il materiale didattico, che può essere composto di slide (si può passare da una slide all’altra solo dopo un tot. di secondi, stimati come necessari a leggersela approfonditamente) oppure video, animazioni, audio o un mix di tutto ciò. Al termine di questo percorso si può eseguire il test finale, e passandolo si è apposto con la legge.

Ora, sulla serietà dell’intera procedura si potrebbero scrivere sceneggiature di commedie. Nulla garantisce che l’utente presti effettivamente un minimo d’attenzione alle slide, e pensare che il test finale sia garanzia d’aver interiorizzato i concetti denota un’ingenuità che fa tenerezza. Chiunque sappia cos’è uno screenshot potrà fare il test con le slide sott’occhio, per non parlare del fatto che le risposte si possono sempre cercare in Rete, il tutto mentre nessuno controlla. Se queste modalità venissero adottate per esami considerati più importanti -tipo quello per la patente di guida- scoppierebbe verosimilmente -e giustamente- un putiferio.

Ma non è questo il punto. Chi ha fatto questi corsi con modalità più tradizionali (lezioni frontali, test scritto) potrà confermare che anche in quei casi le possibilità di non superare la prova finale sono più o meno le stesse di fare 13 alla schedina 5 volte di fila.

Il punto, invece, è che se allo Stato italiano sta bene la modalità di e-learning, non c’è nessun motivo razionale per continuare a costringere le imprese a rivolgersi ad enti esterni e a pagare i loro servigi: potrebbe semplicemente predisporre una piattaforma di e-learning su un sito ministeriale e consentire, gratuitamente e a tutti, di fare il corso e il test. L’accesso alla piattaforma potrebbe avvenire tramite lo SPID, e ciò permetterebbe anche di evitare al singolo lavoratore di dover ripetere il corso ogni volta che cambia azienda.

Lo stesso principio sarebbe ovviamente estendibile ad altri ambiti della gestione di un’impresa: primo fra tutti, il rapporto col fisco. Non che manchino le idee, a tal proposito: il progetto Filosofia Fiscale ad esempio persegue l’obiettivo di “tutelare maggiormente il contribuente e assisterlo e sostenerlo nel accertamento e nella verifica fiscale” con “un’archiviazione guidata e specializzata che induce il contribuente ad avere sempre reperibili i dati e i documenti che gli servono per affrontare una qualsiasi verifica”. In poche parole, il software ti induce a mettere tutti i documenti su un apposito cloud, consentendo all’Agenzia delle Entrate di fare i controlli da remoto e riducendo di parecchio il rischio di contenziosi.

Tutto molto bello, ma la solita domanda torna puntuale: perché non usare i soldi delle tasse per creare un unico Software (ovviamente libero, gratuito e Open Source) che eviti alle imprese di doversi rivolgere a terzi?

La domanda, forse, non è del tutto retorica. In un certo senso, anche la burocrazia fa PIL, perché crea posti di lavoro (i controllori, i burocrati) e fa circolare denaro (quello che le imprese sono costrette a spendere per mettersi in regola); i vari enti di formazione accreditati, gli studi dei commercialisti e varie altre categorie professionali “rischierebbero” l’estinzione, se la digitalizzazione avvenisse in modo deciso.

Ed è qui, probabilmente, uno dei più grandi limiti della classe politica di oggi: continua a gridare ai quattro venti che il lavoro (cioè il crearlo) è una priorità assoluta, e per fortuna ultimamente pare essersi perfino resa conto che un posto part-time in un call center non è esattamente come un full time da dirigente in una multinazionale (tranne che per l’ISTAT). Tuttavia, manca qualunque riflessione sull’utilità di certi lavori. E dato che viviamo in un Paese in cui quasi tutti preferiscono l’uovo oggi alla gallina domani, la “strategia” pare quella di concentrarsi prima di tutto sulla conservazione dei posti di lavoro che già esistono, compresi quelli che esistono solo in “virtù” di certi obblighi di legge, o che magari sono palesemente fittizi, e che tuttavia sono svolti da persone che votano. Il tutto demonizzando e bollando come “assistenzialismo” ogni idea di Reddito di Base, come se pagare gente far danni fosse meglio che pagarla per non fare nulla.

Forse in questo, più che in ogni altra cosa, è riassunto il conservatorismo all’italiana. Una visione miope e di cortissimo respiro, che preferisce seguire la via vecchia perché parte dal presupposto che quella nuova sia peggio.

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