Un ristorantino ci salverà (forse)

Un ristorantino ci salverà (forse)

L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

In un articolo su Linkiesta dello scorso 31 maggio, Gianni Balduzzi commenta i dati dell’ISTAT sulla demografia aziendale del Paese. In sintesi, il pensiero dell’autore -chiarissimo già nel titolo e sottotitolo- è un invito a non farsi troppe illusioni: benché sia “umanamente encomiabile che tanti giovani, non arrendendosi alla disoccupazione, provino ad aprire piccole attività, mettendosi in gioco”, secondo Balduzzi

non sarà l’ennesimo ristorantino “come una volta” in cui si serve solo “olio d’oliva bio 100% italiano a km zero” a salvare né il Sud, né il resto dell’Italia, ad aumentare la produttività della nostra economia, il grande e vero problema italiano.

Cosa serve, dunque?

C’è bisogno di grandi imprese che investano, di ricerca e innovazione, lo sappiamo da tempo.

Una visione su cui mi permetto di dissentire, sia per ragioni numeriche sia “di principio”.

In primis, c’è da tenere in conto che spesso, nelle grandi imprese che investono in ricerca e innovazione, a far impennare la produttività sono sempre più spesso l’automazione, l’impiego di robot e di intelligenza artificiale (tralasciando volutamente le delocalizzazioni). Con ovvie ricadute in termini occupazionali, anche volendo prendere a riferimento le più ottimistiche stime dell’OCSE anziché quelle di Oxford.

Altro punto unanimemente condiviso sul tema del lavoro negli anni a venire è che i (pochi) nuovi posti creati dal progresso tecnologico saranno ad alto livello di specializzazione, dunque accessibili solo a chi ha potuto formarsi adeguatamente (leggi: laurearsi).
E qui casca un altro asino, perché è curioso che proprio i fan di questi scenari siano al tempo stesso sostenitori del numero chiuso all’Università (si veda qui e qui).

Oltretutto, i dati che abbiamo a disposizione per l’Italia mostrano un quadro ben chiaro: all’Università ci vanno sempre meno persone (e quelle poche che ci vanno hanno tassi di occupazione inferiori alla media europea), ma i diplomati –come spiegava lo stesso Balduzzi nel 2016– non se la passano affatto meglio.

Ergo, la domanda è: perché sminuire un tipo di attività (appunto i “ristorantini come una volta”) per la quale può non servire un alto grado di istruzione, dunque alla portata di tutti?

Quel che servirebbe, invece, è proprio un ulteriore “incoraggiamento” della politica a chi vuole diventare imprenditore di sé stesso, soprattutto al Sud. Laddove con “incoraggiamento” si intende prima di tutto una semplificazione drastica della burocrazia, onde evitare che chi apre un’attività sia costretto ad allungare una mazzetta all’impiegato di turno per sveltire una pratica. E poi evitare che il ristoratore sia costretto a pagare il pizzo al mafioso di zona.

L’obiettivo è arrivare ad una società in cui chiunque -indipendentemente dal grado di istruzione e dal reddito della famiglia di origine- possa legalmente e semplicemente gestire un’attività in proprio.
Gli effetti di uno scenario del genere li stiamo in parte già intravedendo. In questo pezzo, pure scritto per sottolineare alcune criticità, si spiega come il boom turistico di Napoli sia in larga parte dovuto alle nuove piattaforme di House Sharing (“o presunto tale”, aggiunge giustamente l’autore) tipo AirBnB (per quanto ci riguarda, è da molto tempo che sosteniamo la necessità di arrivare ad una legge che regolarizzi e disciplini la c.d. Sharing Economy; quella finora presentata è del tutto inadeguata).

Infine, in tutto ciò bisognerebbe anche tener conto del fattore “culturale”, ossia della vocazione economica di un territorio. Nell’a.d. 2017, bisognerebbe trovare l’onestà intellettuale di ammettere che non tutto il territorio nazionale ha una vocazione industriale. Il “ristorantino” (metonimicamente inteso), e più in generale la PMI distribuita sul territorio, rappresenta un tratto caratterizzante della cultura italiana; i tentativi di snaturare popoli e territori importando dall’estero mentalità e attitudini diverse, semplicemente non hanno mai funzionato.

Quel tanto vituperato sistema distribuito (e sì, diciamo pure “resiliente”) di piccole e medie imprese potrebbe aver rappresentato per anni -a sua insaputa- un paradigma di sostenibilità e progresso.

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