Ripartire dalle città. Anzi, dalle Fearless Cities

Ripartire dalle città. Anzi, dalle Fearless Cities

La notizia che molti cronisti nostrani aspettavano è finalmente arrivata: il M5S ha fatto flop alle amministrative, e finalmente si può tornare al caro, semplice e tranquillizzante bipolarismo all’italiana (a proposito del quale si consiglia vivamente la lettura di questo editoriale di Cancellato, su Linkiesta).            
            
Ora, al di là del fatto che la storia ci insegna -e molti dei suddetti commentatori ne sono consapevoli- che le amministrative sono “una storia a parte” rispetto alle politiche (e infatti a livello nazionale i pentastellati sono ancora attorno al 30%), è comunque significativo constatare quanto grande sia il sospiro di sollievo emesso dai media mainstream.            

Sembra cioè che molti ritengano una manna dal cielo il fatto che, nelle città andate alle urne lo scorso week-end, siano tornati a governare i cari vecchi centro-destra e centro-sinistra. Quelli -per intendersi- che già governano in tutte le regioni d’Italia e nella stragrande maggioranza dei Comuni. Diventati, secondo la fondazione Res, l’habitat preferito di ladroni e razziatori di risorse pubbliche, ancor più che ai tempi di Tangentopoli.            

Certo, si potrà facilmente obiettare che il M5S non è un granché, come alternativa. Non più, almeno.            
            
Lo era, probabilmente, alle origini. Quando l’attenzione ai territori era alta e i diarchi Grillo & Casaleggio non mettevano bocca dappertutto, lasciando ai meetup locali la scelta della “classe dirigente”; e i grillini della prima ora erano certo meno bravi a pontificare nei talk-show (anzi, neanche ci andavano, un po’ per diktat del Leader ma anche per convinzione), ma di certo avevano un po’ più di passione politica e competenza.            

Poi, come ha spiegato Pizzarotti, dal 2012, con l’ingresso in Parlamento, è cambiato tutto. Attenzione maniacale alla comunicazione, concentrazione rivolta quasi esclusivamente a ciò che accadeva in Parlamento e territori lasciati in secondo piano.            

Col risultato che, ad oggi, anche i suddetti territori rischiano di rimanere per molti anni ancora nelle salde mani di chi ha sempre amministrato il Paese. Coi risultati che tutti sappiamo.            

Eppure, anche allargando lo sguardo al di fuori dei confini nazionali, i territori (siano essi piccoli comuni, aree metropolitane o anche regioni) sono proprio le realtà su cui dovrebbe puntare chiunque abbia a cuore la Politica, quella scritta con la “P” maiuscola e intesa nel senso più etimologico (cioè come governo della polis, la città-stato nella Grecia antica).            

In primis perché sono ormai gli unici luoghi in cui Davide può sconfiggere Golia, che -fuor di metafora- significa che gruppi di cittadini con risorse (economiche e umane) limitate possono sfidare e battere i grandi partiti e i poteri (più o meno forti) che li sostengono.            

Del resto, dopo anni di pur comprensibilissima polemica anti-casta e anti-costi della politica, qualche risultato si comincia a vedere. Il taglio al finanziamento pubblico ai partiti e ai loro organi ha senz’altro ridotto (secondo molti in modo comunque insufficiente) i costi della politica, ma al contempo ha limitato di parecchio la possibilità, da parte dei “piccoli”, di incidere davvero sulla società. Chi milita in un piccolo partito si rende conto presto di cosa significhi far politica: significa organizzare eventi, studiare i problemi e le possibili soluzioni, partecipare a manifestazioni, produrre materiale informativo. In poche parole, sacrificare soldi e tempo libero. Realizzando, ben presto, che senza qualcuno che si dedichi a tempo pieno a quell’attività, le possibilità di competere coi “big” sono pressoché nulle.            

Così, su scala nazionale, i giochi sembrano fatti pressoché ovunque: negli Stati Uniti la sfida è sempre stata (e verosimilmente sempre sarà) tra democratici e repubblicani (e, al loro interno, tra chi riesce a procurarsi l’appoggio di lobby e ricchi sponsor  -vd. Hilary Clinton- e chi, non potendo e/o volendo, rinuncia -come Sanders-, e quasi sempre perde); e anche nella più complessa e variegata Europa, i partiti tradizionali possono anche scomparire o ridimensionarsi molto (come in Francia), ma i grandi poteri economico/imprenditoriali trovano sempre qualcuno (rigorosamente “nuovo”) in grado di rappresentarli.            

E’ a livello locale, invece, che la partita è aperta.            

E’ successo in Spagna, due anni fa, con i risultati di Madrid, Barcellona, Saragozza, Cadice, Pamplona, Santiago de Compostela, La Coruña, Badalona. E’ accaduto svariate volte in passato anche in Italia: a Napoli con De Magistris, a Genova con Doria, a Milano con Pisapia, a Parma con Pizzarotti.            

In molte di queste realtà cittadine è stato possibile porre in essere quelle pratiche con cui più o meno tutti noi identifichiamo la buona politica: mobilità sostenibile, gestione virtuosa dei rifiuti attraverso l’economia circolare, tutela delle fasce più deboli della popolazione attraverso politiche abitative mirate, asili, riqualificazione delle periferie.            
            
Oltre a ciò, spesso in molti di questi casi si è pure assistito ad un (solo apparentemente) sorprendente riordino dei conti pubblici: come ha spiegato Steven Forti su MicroMega,            

a Madrid, in solo un anno e mezzo, Manuela Carmena ha ridotto di quasi 2 miliardi di euro il debito del Comune sui quasi 6 miliardi che si era trovata quando è stata eletta. Le radicali misure di trasparenza, insieme alla limitazione degli stipendi, ha dato i suoi frutti. E allo stesso tempo si sono aumentate le politiche sociali.           

Quasi naturale, quindi, che nell’era del villaggio globale sia nata quasi subito la consapevolezza, tra queste città, della possibilità di “fare rete”. Proprio in questi giorni si è svolto a Barcellona il summit internazionale municipalista, il cui scopo è appunto quello di “condividere strumenti, conoscenza ed esperienze” tra città dislocate nei 5 continenti (vd. mappa). Un’applicazione concreta di quel principio di “think global, act local” che pare in grado di produrre risultati molto più efficaci (e in tempi molto più rapidi) rispetto alle “normali” modalità di cooperazione internazionale, con questo termine intendendo i vari G8, G7, G20 e simili, spesso bollati come “infruttuosi” dagli stessi partecipanti.           

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