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5 leaks in 3 anni, ma l’indignazione resta bassa

Panama leaks

Nella corsa alla Casa Bianca, Donald Trump qualche giorno fa è (forse) riuscito a far cadere anche l’ultimo tabù che sembrava sopravvivere nell’opinione pubblica americana: dopo aver provato ad ignorare le richieste dei giornalisti (e sopratutto dei Democratici) sulla sua dichiarazione dei redditi, alla fine si è visto costretto a cedere, consegnando al New York Times i documenti richiesti. E il giornale, ovviamente, non ha esitato a far sapere al mondo che il candidato repubblicano non ha versato un centesimo al fisco, negli ultimi 18 anni. Una colpa -così si pensava- tanto grave da non potergli essere perdonata nemmeno dai suoi più accaniti fan, che pure non sono sembrati minimamente scossi dal razzismo e dalla misoginia così apertamente sbandierati in questi mesi. E invece, è accaduto l’esatto contrario.            
            
Il magnate americano ha candidamente ammesso di non aver pagato tasse, ma in modo del tutto legale. “Ho usato legalmente le leggi fiscali a mio vantaggio. E onestamente sono stato straordinario nel farlo”. Salvo affrettarsi a precisare, poi, che tali leggi sono “ingiuste”, e che dunque si impegnerà a cambiarle se verrà eletto.            

Molti, ingenuamente, credevano che potesse trattarsi del classico “rimedio peggiore della malattia”; ammettere pubblicamente che negli Stati Uniti ci sono leggi che riservano ai super-ricchi trattamenti di favore rispetto ai poveri poteva rischiare, se non proprio di far esplodere sommosse, quantomeno di far precipitare Trump nei sondaggi.            
Invece, niente. Anzi.            
La versione di Trump è stata ribadita anche dal suo candidato alla vice-presidenza, nel dibattito di qualche giorno fa.            

Una situazione che, a ben vedere, non riguarda certo solo gli USA.            
Dal 2013 ad oggi ci sono stati almeno cinque scandali finanziari globali legati ai paradisi fiscali, tutti rivelati dall’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalists).

In principio furono gli OffshoreLeaks, seguiti l’anno seguente dai LuxemburgLeaks, da cui emerse che l’attuale presidente della Commissione Europea, Juncker, aveva approvato diverse leggi per consentire a grandi imprese di giovarsi di regimi fiscali agevolati, quando era Primo Ministro del Lussemburgo.            
Nel 2015 l’hacker e whistleblower italo-francese Hervé Falciani faceva esplodere il caso SwissLeaks, rivelando “l’incoraggiamento” della banca HSBC ai propri clienti per aprire conti offshore ed aggirare il fisco.            
E si arriva così a quest’anno, con lo scandalo dei Panama Papers ancora fresco (?) nella memoria di molti (sicuramente degli islandesi, il cui Primo Ministro è stato costretto a dimettersi perché coinvolto nello scandalo). Uno scandalo che sta ancora rivelando dei dettagli, ma a cui si è affiancato un altro, molto simile: i c.d. BahamaLeaks.

Inchieste su inchieste, nate dal coraggio di whistleblower e spesso di civic hacker, che hanno reso evidente un fatto; una parte consistente di quel famoso 1% più ricco del pianeta non è tale per “meriti” propri. Non si tratta di stacanovismo o di genialità negli affari; si tratta, molto più semplicemente, di spregiudicatezza e attitudine a delinquere.

Perché nei database usciti in seguito a questi scandali (ad esempio questo) non si trovano solo narcotrafficanti e membri delle più svariate mafie globali; vi compaiono politici, imprenditori, personaggi dello spettacolo e dello sport.
Materiale sufficiente -in teoria- a provocare oceaniche rivolte di piazza in tutto l’occidente; e invece -eccezion fatta per la già citata Islanda- i cittadini sembrano essere indignati da ben altre situazioni. E l’Italia, come al solito, da questo punto di vista è un caso esemplare.
Da un lato l’insofferenza della “gente” tocca vette estreme d’innanzi ai famosi 35€ giornalieri spesi per l’accoglienza dei migranti, ma resta su livelli (mediamente) bassi quando si parla del fatto che il 20% più ricco della popolazione detiene più la metà della ricchezza nazionale.
Questione culturale, prima di tutto. Da noi evadere le tasse è sempre stato visto -da una parte della popolazione- come una sorta di diritto di resistenza allo Stato vessatorio, e l’evasore come un furbo da ammirare ed imitare; i vari Berlusconi, Briatore & Co. continuano ad ispirare le azioni di molti, nonostante (anzi: proprio in virtù di) condanne penali anche definitive.
Nell’Europa sempre più abbrutita da anni di crisi e deterioramento economico e sociale, molti cittadini, improvvisamente ritrovatisi sul penultimo scalino della piramide, preferiscono ancora prendersela con gli ultimi, anziché coi primi. Anche quando i primi vengono colti con le mani nel sacco, e magari appartengono a quelle forze politiche che speculano sulle lotte fra poveri (nei Panama Papers era spuntato anche il nome di Marine Le Pen).