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Lavoro, quei dettagli che (quasi) nessuno cita

Questione di definizioni

Quando si parla di lavoro, il dato che solitamente viene citato è quello sui disoccupati, e l’ente di riferimento è l’Istat. Vale la pena ribadire, ancora una volta, un fatto fondamentale: cosa intende l’Ente di statistica per “occupati”, cosa per “disoccupati” e cosa per “inoccupati”. E per farlo è sufficiente consultare il Glossario.

Il punto fondamentale è che la (vasta) schiera di chi non ha un lavoro si divide in 2 sotto-categorie: chi, non lavorando, cerca un lavoro (disoccupato) e chi, non lavorando, neanche lo cerca, perché scoraggiato o per altri motivi. E questi ultimi si chiamano “inattivi”. Una considerazione che può sembrare innocua, di primo acchito, ma che invece ha importanti conseguenze. La principale è questa: se il tasso di disoccupazione scende, ciò può dipendere da due motivi:

  1. I disoccupati trovano lavoro
  2. I disoccupati smettono di cercare un lavoro

Lungi dall’essere una situazione meramente teorica, la dinamica del punto 2 si è effettivamente verificata, negli ultimi anni; e, purtroppo, spesso il Governo ha esultato, lasciando che la pubblica opinione facesse la fallace deduzione che “meno disoccupati = più gente che ha trovato un impiego”.

Il dato che nessuno cita: gli occupati

Come scrive Luigi Oliveri nell’articolo linkato, ” (…) quello che dovrebbe davvero interessare è il tasso di occupazione”. Il problema è che, probabilmente, se questo dato fosse mostrato all’opinione pubblica con una certa frequenza, il già alto pessimismo diffuso nel Paese toccherebbe livelli record.

Prendiamo i giovani, ad esempio la fascia d’età compresa tra i 15 e i 34 anni. Come si vede dall’immagine, negli ultimi anni il numero di occupati ha oscillato tra il 38 e il 40% (l’ultimo dato disponibile, quello del secondo trimestre di quest’anno, segna un 40,6%); ciò vuol dire che meno di un giovane su due risulta occupato. Il tasso d’occupazione generale, invece (età 15→64) è oggi al 57,7%.

Tasso di occupazione tra i 15 e i 34 anni
Tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni
Tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni

Logico, quindi, che in questo contesto lo storytelling governativo (non solo italiano, sia chiaro) preferisca concentrarsi sui soli disoccupati.

Dammi un’ora , soltanto un’ora…

Una situazione che, descritta in questi termini, potrebbe sembrare fosca e cupa, ma che a ben guardare è assai peggiore. Perché, se si riprende il Glossario di cui supra e ci si sofferma sulla definizione di “occupati”, si scopre che in questa categoria è facilissimo rientrarci. E’ sufficiente aver lavorato un’ora (dicasi un’ora, sessanta minuti) nella settimana della rilevazione. Non ha alcuna importanza il livello di retribuzione, anzi non importa neanche se si è retribuiti o meno; per l’Istat chi viene pagato “in natura” (suvvia, evitate di pensar male) è considerato occupato, esattamente come il general manager d’una multinazionale.

Un sistema di rilevazione che -diciamocelo francamente- sembra fatto apposta per indorare la pillola. Ma che inevitabilmente si scontra con la realtà; perché è lapalissiano che chi lavora solo poche ore al mese (magari retribuito a voucher) non può costruirsi un futuro (né tantomeno fare figli, con buona pace del Ministro Lorenzin e delle sue tragicomiche campagne sulla fertilità). Per (s)fortuna gli istituti di statistica esistono anche al di fuori dei confini italici, e talvolta sono gli unici a fotografare situazioni un po’ più vicine al reale: così nel 2015 Eurostat spiegava che in Italia due under 35 su tre vivono coi genitori, fornendo impietosi confronti con altri Paesi europei, dove la percentuale è decisamente più bassa.

Altri “dettagli”

Posto dunque che per l’Istat quasi tutto va bene per essere considerato lavoro, sarebbe interessante (ma forse anche inquietante) analizzare un po’ meglio i lavori “veri” (con ciò intendendo quelli che consentono di vivere in maniera indipendente). Sarebbe utile capire -ad esempio- in che modo si trova un impiego in Italia. E l’Istat, in effetti, nel 2009 la realizzò davvero, un’indagine del genere: i risultati, caso strano, non erano incoraggianti. Come si può constatare nella relazione (pag. 11, tabella 5), nel 55% dei casi erano stati “parenti, amici e conoscenti” a risultare decisivi, mentre i Centri per l’impiego, le Agenzie per il lavoro e le Università non arrivavano (sommate) al 10%.

Ciliegina sulla torta sarebbe conoscere le percentuali di quanti -tra coloro che hanno un lavoro “vero”- lo hanno ereditato, proseguendo un’attività già avviata dalla famiglia d’origine.
Ma forse, in fin dei conti, è meglio non saperlo.