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Se il non pensare diventa una virtù

Dopo la Brexit i media sembrano aver improvvisamente riscoperto la “questione giovanile”. Prima li hanno dipinti come vittime dell’ignoranza e della perfidia dei nonni, andati a votare in massa a favore del Leave; poi, dopo qualche giorno, qualcuno ha più acutamente fatto notare come il dato più inquietante fosse, casomai, l’affluenza alle urne dei suddetti giovani: 36%.            

Non so bene perché, ma tutto ciò mi ha fatto tornare in mente un’esperienza personale avvenuta all’incirca un annetto fa.

Su uno dei tanti siti di offerte di lavoro avevo trovato un annuncio che mi pareva interessante. Si trattava di reperire fondi per una ONG di fama mondiale, e c’era scritto che era previsto un fisso mensile. Si precisava poi che questo lavoro offriva ampie possibilità di carriera, a patto che il candidato fosse persona motivata, positiva e disposta a mettersi in gioco (o espressioni simili).
E così decido di mandare il CV, mi rispondono quasi subito e mi presento a quello che doveva essere il primo di un paio di incontri “preliminari”, in cui sarei stato “addestrato” al lavoro.            

            
Prima di cominciare il training, però, un giovine sorridente e incravattato mi consegna un questionario da compilare. Tra le altre cose, mi si chiede di ordinare in ordine decrescente 7 aspetti che considero importanti sul lavoro; tra le voci ci sono “stipendio”, “possibilità di carriera”, “lavorare in gruppo” e simili. Ora, pur nella mia ignoranza quasi totale di psicologia, mi pare evidente che se piazzo “stipendio” al primo posto faccio la figura del venale, mentre se lo colloco in fondo sono poco credibile (e, soprattutto, non vorrei che mi prendessero troppo in parola); decido di metterlo al terzultimo posto (ché anche un penultimo mi pare troppo ipocrita).            
            
Non so se l’hanno mai davvero guardato, quel foglio.            
                        
Ad ogni modo, dopo un po’ vengo fatto accomodare in una stanza dove alcuni giovani super-amici insegnano ad altri aspiranti professionisti come si convince la gente in istrada a sottoscrivere donazioni.            
            
Il corso è breve ma affascinante. Mi spiegano che la nobile arte consta di varie fasi, la prima delle quali è il c.d. “Ice breaking” (guai a usare il corrispettivo italiano “rompere il ghiaccio”. Al giorno d’oggi, la credibilità di un’impresa si misura prima di tutto dal numero di anglicismi che i dipendenti usano). L’Ice breaking consiste nel fermare il malcapitato, guardarlo negli occhi, stringergli la mano, presentarti e chiedergli il nome e l’età. Dopodiché, qualunque sia la risposta a quest’ultima domanda, complimentarsi dicendo che dimostra meno anni; e non per apparire -seppur fintamente- gentili, ma per assicurarsi che egli o ella non sia troppo giovane né troppo vecchio/a per donar quattrini (se è un minorenne o un over-non-mi-ricordo-quanto li si può anche liquidare subito, possibilmente evitando formule troppo sgarbate come “si levi dai coglioni”).            
                        
Se invece il tizio rientra nella fascia d’età giusta, si parte con la tiritera. Si snocciolano dati sui bambini che soffrono nel mondo, si dice che con l’equivalente di un caffé si può comprar loro una saponetta ed evitare che contraggano malattie letali etc., il tutto cercando di ripetere spesso il nome dell’interlocutore perché -dicono- così si sente più coinvolto. Se il tipo non ti manda in culo prima, si arriva alla formula magica, che suona come “tutti gli altri che ho fermato oggi hanno aderito, e sono sicuro che lo farà anche Lei”. La frase -ovviamente falsa- dev’essere pronunciata obbligatoriamente, perché è sulla base di quella che uno verrà -forse- pagato. Quando il lavoratore pronuncia questa formula di chiusura ha “fatto una pitch”, cioè ha raggiunto il suo obiettivo (pardon: target, goal). E’ sulla base delle “pitch” che si realizzano durante la giornata che si verrà pagati, indipendentemente dal fatto che i tipi fermati decidano effettivamente di donare dei soldi.            
                        
Il corso teorico finisce. Mi spiegano che il pomeriggio si va in strada e i venditori “esperti” mostrano ai nuovi come si fa, dopodiché cedono la pettorina a questi ultimi e si vede se sono portati. E, se lo sono, si torna in ufficio e si va a parlare col mega-direttore.            
            
Prima però si va a pranzo. Si chiacchiera del più e del meno, e a un certo punto a una delle ragazze -una ventiduenne siciliana- scappa detto “anche a mio figlio”, mordendosi il labbro un secondo dopo. La cosa mi incuriosisce: non capita spesso di incontrare madri così giovani. Provo a chiederle qualcosa sul figlio -come si chiama- ma mi fa capire che non ne vuole parlare.            
                        
Comunque, consumato il pasto luculliano si va davvero in strada. Gli esperti cominciano l’attività, ma in mezz’ora non riescono a fermare nessuno (tranne un ragazzo partenopeo, che s’imbatte in un concittadino che dice di essere titolare di un ristorante; i due cominciano a parlare, ma non di ONG e solidarietà. Il ristoratore vuol sapere quanto guadagna il ragazzo, poi gli offre un posto come cameriere al nero).            
            
Scaduta la mezz’ora, i veterani passano la pettorina della ONG a noi nuovi; in venti minuti fermo tre persone (non lo dico per vantarmene. Non c’è nulla di cui vantarsi), e la biondina che potrebbe in futuro diventare la mia capa (aridaje: volevo dire Team Leader) sembra molto soddisfatta, e mi impone di darle un cinque alto (anche questo è un obbligo aziendale: battere il cinque in continuazione, tipo il Todd di Scrubs). In teoria dovrei andare ora dal super Leader o come si chiama, ma ho un impegno il pomeriggio e rimando al giorno dopo.            
    
Il giorno dopo arrivo, e scopro che in realtà il colloquio non me lo farà il mega-capo, ma la biondina. Comincio a farle qualche domanda, e giusto per andare al sodo le chiedo a quanto ammonta il fisso mensile di cui parlava l’annuncio.            
Credo che riusciate a immaginare quale sia la risposta. “Non è che c’è un fisso mensile: te lo fai” mi spiega sorridendo. Le chiedo qual’è il suo, e lei comincia a spiegarmi che, ad esempio, lo scorso mese ha guadagnato 1100 euro. Le chiedo quante ore al giorno lavora, e mi dice che “di solito” è dal lunedì al sabato, dalle 9 alle 20, con un’ora di pausa pranzo. Facendo due conti, sono circa 4€ l’ora.           
A questo punto chiedo come funziona di preciso il pagamento. La risposta è fantastica: “Per ogni persona che riesci a convincere a donare 9 euro, a te diamo 20 euro”.           
Mi viene spontaneo chiederle come sia tecnicamente possibile tutto ciò, e lei pare non capire la domanda. “In che senso?” mi chiede.                   
“Nel senso che se Tizio ci dona 9 euro, e questi soldi vanno all’associazione, suppongo che a noi vada una percentuale di quei 9 euro. Chi li tira fuori i restanti 11 euro?”.           
“Guarda, di queste cose se ne occupa la società, tu non devi preoccuparti. Se la vedono i superiori” è la risposta.            
            
A quel punto avevo già deciso di rinunciare da diversi minuti, e il fatto che alla domanda “posso vedere un contratto?” mi abbia risposto “prima cominci a lavorare, e dopo se ne parla” mi toglie anche gli ultimi dubbi. Glielo faccio capire, e non la prende bene. Si irrigidisce, smette di sorridere e prova in tutti modi a convincermi. “Ci sono persone anche della tua età che ci campano”, “se diventi bravo poi farai tu ad altri ciò che sto facendo io con te ora, così ti crei il tuo team”. E’ a quel punto che realizzo la Grande Verità: “Quando hai detto mio figlio intendevi dire uno di quelli che hai assunto, giusto?”. Giusto. In effetti, tempo prima una mia amica mi aveva raccontato che una ditta di vendita porta a porta costringeva i dipendenti a usare l’espressione “è morto” per indicare qualcuno che era stato (o si era) licenziato, facendo così nascere delle esilaranti incongruenze logiche (“ieri ho incontrato il tizio che è morto una settimana fa”).            
                      
A quel punto la congedo, e girano le scatole a lei molto più che a me. Se m’avesse convinto le avrebbero forse dato un aumento, o almeno condizioni minimamente migliori.            
            
Mentre me ne torno mesto a casa, non posso fare a meno di pensare alla ridicolaggine complessiva di tutto ciò. Al fatto che dietro quelle mirabolanti cifre sull’occupazione, sui Neet che crescono o diminuiscono, sul Jobs Act etc., ci sono storie come queste. Giovani che sfruttano giovanissimi, turlupinandoli a forza di ripetere in continuazione parole come “merito”, “crescita personale”, “squadra”, “ambizione”, “positività”. E sono talmente convincenti, nel ripetere queste cazzate, che riescono a farti credere di stare quasi facendoti un regalo. Dopotutto ti fanno trovare un ambiente “stimolante”, pieno di “gggiovani” come te, tutti carini-sorridenti-positivi; e poi ci si diverte anche, ci si fanno i selfie, si fanno le cene tra super-amici, ci si mette “mi piace” l’un con l’altro su Facebook e via dicendo. Chi potrebbe stare meglio di te, considerando che -oltre a tutto il resto- ti diamo anche un po’ di soldi?            
                       
Ma soprattutto, ripensavo a quella frase: “se la vedono i superiori”. Perché queste belle esperienze di lavoro ti insegnano il segreto fondamentale della vita: non fare domande. “Se la vedono i superiori” sottindende “il tuo compito è un altro: fare ciò che ti viene detto, senza chiederti il perché. Lavorare senza pensare. Come i ciuchi o le scimmie. Se hai delle domande a cui non sai dare risposta, smetti di porti le domande.            
                       
Ci ripensavo, a tutto ciò, leggendo i commenti sorpresi e desolati per quel 36% di affluenza alle urne da parte dei giovani inglesi, al referendum sulla Brexit. E un’ultima si domande mi sorge spontanea: cosa ne penserà la mia mancata Team Leader del Referendum Costituzionale? E della UE? E dello spread, dei migranti, del cambiamento climatico?

di Leonardo Zampi