Blog pirata slider

Due anni di Renzi, il nuovo che arretra

Due anni di Renzi

di Leonardo Zampi | 4/3/2016

Gli anniversari sono importanti, in politica. E Renzi, che di politica ci vive da quando era adolescente, lo sa bene; è per questo che, giorni fa, ha fatto una sorta di bilancio di questi primi due anni di governo, col solito trionfo di slide infarcite di hashtag accattivanti e sbarazzini.
Quella che segue vorrebbe dunque essere non tanto una serie di “contro-slide” (quelle che Egli non vuol farvi vedere), quanto piuttosto un nostro personale giudizio sull’operato del Premier e del suo esecutivo, tema per tema.

Riforme istituzionali

Punto naturale d’inizio sono le “Grandi Riforme” (Costituzione e legge elettorale), non certo perché siano avvertite come priorità dalla pubblica opinione, quanto perché è stato lo stesso Renzi a caricarle d’un significato che va oltre il merito delle questioni, annunciando addirittura di essere pronto a smettere di far politica, se non dovessero andare in porto.
E in effetti queste sono le leggi che, più e meglio di tutte le altre, mostrano quale sia la concezione dello Stato e della democrazia dello statista di Rignano. Il modello di Repubblica che uscirebbe dalla micidiale combo legislativa è decisamente presidenziale, con una sola camera che dà la fiducia al Governo, mentre il Senato si riduce a una sorta di dopolavoro per consiglieri regionali, retribuiti non col denaro ma con la bentornata immunità. E in quest’unica Camera il Partito che raggiunge anche solo il 40% dei consensi (cioè di quella metà d’italiani che ancora vanno a votare) si prende un premio di maggioranza pari al 55% dei seggi, con buona pace della democrazia e di chi, nella famigerata Prima Repubblica, definiva “legge truffa” proposte molto meno gravi.

Ripercorre la stessa visione centralista anche la scelta dei capolista bloccati, ovvero chi dev’essere eletto lo decide il partito ed alle preferenze degli elettori rimangono le briciole.

“Un partito solo al comando”, dunque, laddove la parola “partito” può tranquillamente essere sostituita da “uomo”, visto il pietoso stato di salute della democrazia interna dei partiti, ridotti ormai ad emanazione e fan club dei rispettivi Leader, nei confronti dei quali il dissenso interno è considerato alla stregua dell’ebola o della peste nera.
E tuttavia una riforma che ha buone chance di superare la prova referendaria, fra qualche mese. Principalmente perché non serve il quorum, ma anche perché, in fin dei conti, a grossa parte del popolo italiano l’autoritarismo piace (ed è sempre piaciuto). Nel breve saggio di Stefano Berni e Jacopo Berti, intitolato “Origini, genealogia e antropologia della cultura familistica italiana”, alle pp.38-39 si incontra un perfetto riassunto della situazione:
(…) non voler pagare le tasse; guardare al potere, qualsiasi esso sia, con acredine e sfiducia; non fidarsi degli altri; non rispettare la cosa pubblica, salvo poi lamentarsi del malgoverno e del malfunzionamento dell’amministrazione, sollecitando una figura forte, quasi mitica, in grado di aggiustare tutto. Nell’anarchia e nel crogiolo italico, l’appello a un tiranno giusto, che intervenga per ristabilire l’ordine, è sempre stato la ricetta che molti italiani hanno desiderato: Dante si rivolge all’imperatore tedesco; Machiavelli invoca il Principe; la Monarchia accetta il male minore: Mussolini; il capitalismo familistico italiano si accontenta di un Berlusconi qualsiasi.

Monicelli, invece, era stato molto più sintetico: “agli italiani piace che qualcuno pensi al loro posto; se va bene, bene; se va male, lo appendono a testa all’ingiù”.

Ecco allora che la campagna per il “no” a queste riforme, che ci ha visti aderire al Coordinamento per la democrazia costituzionale, ha un significato che va ben oltre questo pur cruciale appuntamento.
Non si tratta soltanto di respingere una riforma; si tratta di provare a far capire che il confronto tra opinioni diverse migliora le idee del singolo, anziché “annacquarle” o indebolirle. E che i problemi che ci troviamo ad affrontare oggi sono decisamente troppo complessi per sperare che un singolo (super)uomo possa risolverli da solo. Viviamo in un’epoca che pullula di esempi di progetti realizzati dal basso e decentralizzati, sviluppati in forma collaborativa attraverso la Rete; progetti ritenuti utopie irrealizzabili, fino a pochi anni fa.

Rottamazione?

La rottamazione della vecchia classe dirigente è stato lo slogan vincente per l’ascesa di Renzi. Rottamazione della vecchia nomenklatura del PD, prima di tutto, ma più in generale di tutto quell’apparato burocratico e clientelare che da sempre rappresenta una gigantesca palla al piede per il Paese, essendo spesso anticamera di corruzione, clientelismi e -nei casi più gravi- collusioni mafiose. O, almeno, questo era lo storytelling.
La realtà è stata -finora- tutt’altro. La rottamazione non ha riguardato per intero nemmeno la vecchia guardia democratica, avendo risparmiato quanti (Fassino, Franceschini) son saltati volentieri sul carro del vincitore; e non è neanche incominciata in quelle regioni in cui più ce n’era bisogno, a partire da quella Campania il cui governatore è De Luca e il cui capoluogo rischia di ritrovarsi, come sindaco, nientemeno che Antonio Bassolino, che i meno giovani e smemorati tra i lettori si ricorderanno ospite fisso nelle TV Rai, ai tempi in cui Napoli affogava nei rifiuti.
Segno evidente del fatto che le parentele e i clientelismi politici sono molto più facilmente scardinabili a parole, che nei fatti.
Sotto questo aspetto avrebbe senz’altro fatto comodo un vero Freedom of Information Act (altra grande promessa di un neo-insediato Premier), ma ciò che è venuto fuori dal Governo è stato un qualcosa che, per dirla con le semplici parole dei soggetti promotori, “non è un FOIA”.
Renzi ha completamente fallito (o forse -peggio ancora- non ha mai avuto intenzione di farlo) anche in un altro compito: formare una nuova classe dirigente, magari di suoi coetanei. I suoi candidati sindaco hanno perso quasi ovunque, laddove ha vinto lo ha fatto appoggiandosi ai suddetti RAS locali; e nelle emergenze si è affidato agli uomini delle Istituzioni o comunque a tecnici estranei alla politica (da ultimo Sala, a Milano).
Sotto questo punto di vista, il fatto che il suo Governo si regga sui voti di Verdini è poco più che un corollario.

Economia, lavoro

Oltre ad un’impressionante efficacia comunicativa, a Renzi non manca certo il tempismo; Letta andava spodestato al momento giusto, ossia ai primi timidi segnali di ripresa, giusto per poter dire -numeri alla mano- “da quando ci sono io il PIL ha cambiato segno”. Ora, tutti gli economisti e gli addetti ai lavori sono concordi nel dire che quel “più zero-virgla” nel PIL è legato perlopiù a fattori esterni (prezzo del petrolio, QE, rapporto euro-dollaro etc.), ma nella narrativa renziana i numeri non sono importanti: sono tutto. Del resto hanno fama di essere neutrali: “i numeri non mentono”, si suol dire. I numeri no, in effetti, ma gli esseri umani sì (specie se fanno politica), e dopotutto raccontare una mezza verità non è proprio come mentire.
Così i numeri relativi al lavoro sono diventati per Renzi un mantra. Ad ogni pubblicazione dell’ISTAT piovono tweets gioiosi, a dar retta ai quali parrebbe che là fuori sia tutto un brulicare di offerte di lavoro che piovono dal cielo.
La realtà -tanto per cambiare- è più complessa. Primo, perché talvolta la diminuzione percentuale dei disoccupati (cioè di coloro che cercano un lavoro senza trovarlo) era legata al contemporaneo aumento degli inoccupati (cioè coloro che il lavoro hanno anche smesso di cercarlo). E può anche essere che il famoso boom dei nuovi contratti a tempo indeterminato (quelli introdotti col leggendario Jobs Act) siano in larga parte trasformazioni di contratti precedenti, legate molto più alle decontribuzioni (in progressiva riduzione dal 2016) che ad altro.

Sono pochi coloro che fanno notare che, per avere un’idea realistica sul mondo del lavoro, sarebbe sufficiente guardare alla categoria degli occupati, cioè coloro che un lavoro ce l’hanno. In Italia sono meno del 60%, una cifra che, detta in questi termini, suonerebbe un tantino più inquietante del famoso 11% di disoccupati. Certo, Renzi non è l’unico Premier a giocare coi numeri: Obama ha lo stesso vizietto, come spiega Linkiesta.
Eppure, tutto ciò non è che una parte del problema. Per le statistiche, infatti, chi ha un contratto part-time, precario e con uno stipendio di poche centinaia di euro al mese è considerato “occupato” esattamente come il manager d’azienda abitué di Cortina. E anche quest’ultima considerazione è drammaticamente valida anche al di fuori dei confini nazionali. Ad esempio in Spagna, dove il fantomatico PIL cresce a ritmi per i quali qui si firmerebbe col sangue, così come ad analoga velocità diminuisce il numero dei disoccupati. Ma dietro ai numeri ci sono, appunto, le persone, e i problemi del mondo reale: il fatto che i nuovi lavori siano perlopiù precari e mal pagati, oltre che con meno tutele. È stata perfino coniata la definizione di “working poor” (documento pdf), per indicare quei disgraziati che, pur lavorando, rimangono sotto la soglia di povertà; e che, pertanto, vedono nell’emigrazione (leggi: fuga) l’unica speranza d’una vita dignitosa.
Anche questi sono numeri, sui quali però gran parte della stampa preferisce sorvolare, pena il rischio che molti cittadini possano rendersi conto che non siamo più nella situazione in cui “si vede la luce in fondo al tunnel”: siamo già fuori, solo che è notte fonda e piovono chiodi.

E in tutto ciò si continua a non voler prendere nemmeno in seria considerazione l’introduzione d’una qualsiasi forma di reddito minimo, tra tutti gli esempi che si trovano in Europa e fuori.

Ambiente

Quando era ancora un outsider del PD, a chi lo accusava di non essere di sinistra, Renzi rispondeva col refrain “a Firenze ho fatto il piano volumi zero”. Ora, lasciando da parte i soliti gufi che dicono che non è vero nemmeno questo, all’epoca quella frase poteva rappresentare l’auspicio che, almeno sul tema ambientale, Renzi cambiasse verso all’Italia. E invece è arrivato lo sblocca-Italia, con i suoi 12 nuovi inceneritori, e il rinnovo sulle concessioni alle trivelle, contro cui è stato indetto un referendum.
Inoltre, a partire da gennaio di quest’anno l’Italia si è ritirata dal Trattato della Carta dell’energia (documento pdf), ufficialmente in nome della famosa Spending Review. Tuttavia, secondo il Sole 24 Ore, l’uscita varrebbe soltanto poche centinaia di migliaia di euro di risparmio; risulta quindi credibile la tesi di chi (come il comitato per la campagna Stop TTIP) ritiene che la vera ragione sia un’altra, ossia il fatto che il nostro Paese è rimasto invischiato in un caso di arbitrato (cfr. ISDS) con tre aziende di fotovoltaico che hanno fatto causa all’Italia.
Segnali tutt’altro che incoraggianti, insomma, soprattutto in un anno -il 2015, quello della Cop21 di Parigi- nel quale il cambiamento climatico si è mostrato in tutta la sua gravità negli ultimi mesi, quando un mese di siccità ha reso irrespirabili Milano, Roma e altre città.

“Buona Scuola”

L’idea di costruire il consenso dando alle leggi nomi accattivanti (sapendo che la gente spesso si ferma ai titoli) era stata una geniale intuizione di Silvio, ma l’allievo Renzi (anche) in ciò si è spinto molto oltre, surclassando il maestro. La “Buona scuola” è riuscita a far imbufalire studenti, insegnanti, genitori e – paradossalmente – anche qualche Preside.
Su un piano molto pragmatico e molto poco ideologico, docenti e dirigenti scolastici contestano la mole di nuovi compiti burocratici previsti dalla riforma, che verosimilmente ricadranno su docenti già sufficientemente oberati di lavoro; a tal proposito, è probabile che i famosi premi ai “docenti più meritevoli” verranno elargiti a quegli insegnanti che, molto semplicemente, accetteranno di prendersi in carico i suddetti nuovi compiti (configurandosi quindi come una sorta di straordinario poco pagato).
La tanto conclamata alternanza scuola-lavoro, poi, costituisce spesso un bel grattacapo, visto che non è certo facile, per un Istituto, riuscire a trovare aziende disposte a far fare tirocinî (peraltro molto brevi) ad adolescenti che quasi mai hanno competenze sufficienti ad inserirsi in breve tempo “nella catena di montaggio”; spesso sono percorsi che restano tali solo sulla carta, con scarsi benefici tanto per i ragazzi quanto per le aziende.

Spostandosi poi su un piano un po’ più ideale, a molti studenti e docenti non è piaciuto lo spirito di fondo della riforma. Il miglior riassunto l’ha fatto il Professor Alain Gussot, il qale ritiene che il modello di riferimento della Buona Scuola renziana siano le charter school statunitensi. Esse sono “basate sul principio dell’auto-imprenditoria, scuole primarie e secondarie che ricevono meno soldi pubblici e che si devono gestire sulla base di donazioni private. I piani dell’offerta formativa di queste scuole si basano sui voucher e i finanziamenti privati (sponsor), i bonus in funzione, appunto, delle donazioni effettuate (…). Inoltre il dirigente-manager delle Charter school ha il potere di selezionare il personale e d’introdurre dei contratti flessibili per gli insegnanti trattati come i salariati di qualsiasi altra impresa privata” (vd. Articolo completo).
La scuola viene insomma intesa come palestra d’individualismo e competizione, forgiata sul modello aziendale, ma in compenso sempre più tecnologica, grazie alle mitiche “classi 2.0”. C’è solo da sperare che, prima o poi, qualcuno si degni di leggere un po’ di saggistica scientifica sul tema dell’uso delle tecnologie nell’apprendimento.

Varie ed eventuali

Oltre al già citato FOIA, esistono diversi altri topolini partoriti dalla montagna. L’ultimo in ordine cronologico è quello sui diritti civili, per approvare il quale si è dovuto stralciare la stepchild adoption e darla vinta alla parte più retrograda e conservatrice del Paese.
Altro capolavoro da menzionare l’aumento sproporzionato (fino a 10mila euro) della sanzione per chi abortisce al di fuori delle strutture pubbliche. Un provvedimento che disincentiva la denuncia di strutture clandestine non a norma, il ricorso al pronto soccorso in caso di complicazioni post-intervento e, chissà, probabilmente la delazione nei confronti di medici obiettori di coscienza nel pubblico che operano a pagamento in privato. La tutela dell’ipocrisia. (cfr. campagna #ObiettaLaSanzione)

Costruire un’alternativa credibile

Nonostante tutto, Renzi ha la fortuna di avere degli avversari (politici) che costituiscono il suo argomento più efficace. E ne è pienamente consapevole: quando afferma di volersi ritirare dalla politica in caso di insuccesso al Referendum sulla riforma costituzionale, sa benissimo che la parafrasi è: “Cari italiani, se me ne vado io vi ciucciate uno tra Grillo e Salvini”. E sa benissimo che, in buona parte dell’opinione pubblica, questa è una minaccia più che sufficiente a ottenere lo scopo.
Eppure c’è una fetta di popolazione (quasi certamente non maggioritaria, ma non per questo insignificante) che non si sente rappresentata da alcuno (e no, non faremo riferimento al famoso “quasi 50%” di astensionismo; è probabile che buona parte di esso sia dovuta a qualunquismo, rassegnazione e cinismo). Persone che si rendono conto che occorre ripensare la società intera. Costruendo un sistema economico sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale, allargando le forme di democrazia e partecipazione, e uscendo dalla logica individualista e competitiva e optando per la cooperazione e la collaborazione. E tutto ciò in un’ottica sia locale che globale (o “glocale”, come si suol dire oggi, in un’epoca in cui pare che chiunque possa coniare neologismi).
Il cambiamento può avvenire solo se le spinte sono in doppio senso: dal basso verso l’alto (nuovi stili di vita, consumo critico etc.), ma anche il contrario. È impensabile che si possa cambiare senza il contributo dei governi e dei Parlamenti, e dunque dei tanto (comprensibilmente) vituperati partiti.
Nel nostro piccolo, abbiamo cercato di dare il buon esempio, se non altro sperimentando un modo realmente nuovo di gestione partecipata senza capi o cerchi magici, solo con un’Assemblea Permanente in cui tutti i membri sono uguali e che ha voce in capitolo su tutto. Un esempio che per ora non viene seguito da nessuno, tanto meno da chi è convinto che basti dotarsi d’una qualche “piattaforma online” per potersi dichiarare democratici.