Sci-Hub: i Robin Hood della scienza

Sci-Hub: i Robin Hood della scienza

Potete fermare questo individuo, ma non potete fermarci tutti. In fin dei conti, siamo tutti uguali.

Queste parole concludevano il celebre testo “La coscienza di un Hacker”, scritto da The Mentor nell”86. Parole che tornano in mente oggi, a circa un mese dal terzo anniversario della scomparsa di Aaron Swartz; perché se forse qualcuno si era illuso che la morte del giovane hacker potesse rappresentare un deterrente dallo sfidare i colossi dell’editoria scientifica a pagamento, beh, la storia ha preso tutt’altra direzione.

Già il 5 settembre del 2011 Alexandra Elbakyan, ricercatrice kazaka, aveva creato Sci-Hub, un sito che bypassa i paywall delle riviste scientifiche, fornendo “illegalmente” accesso a quasi ogni articolo scientifico mai pubblicato, in maniera istatanea e a chiunque lo voglia.

Il sito opera in due fasi. Prima tenta di scaricare una copia dal database di contenuti piratati LibGen, che nel 2012 ha aperto le sue porte ai giornali accademici e che, ad oggi, annovera più di 48 milioni di articoli scientifici. La parte ingegnosa del sistema consiste nel fatto che, se LibGen non ha una copia dell’articolo, Sci-hub bypassa il paywall del giornale in tempo reale, utilizzando le chiavi d’accesso donate da accademici abbastanza fortunati da studiare in Istituti con un adeguato numero di iscritti. Questo meccanismo consente a Sci-hub di condurre l’utente fino all’articolo desiderato, attraverso editori come JSTOR, Springer, Sage ed Elsevier. Dopo aver consegnato l’articolo all’utente in pochi secondi, Sci-Hun dona una copia dell’articolo a LibGen, dove sarà conservato per sempre, accessibile per chiunque.

La nascita di Sci-Hub è stata una svolta. Prima di settembre 2011, per persone come Alexandra non c’era possibilità di accedere liberamente a questi articoli.

Man mano che aumenta il numero di articoli nel database di LibGen, la frequenza con cui Sci-Hub deve ricorrere ai repository degli editori a pagamento cala, e di conseguenza diminuisce il rischio che Sci-Hub faccia scattare i loro allarmi. “Abbiamo già scaricato la maggior parte degli articoli a pagamento…abbiamo quasi tutto!” ha spiegato Alexandra.

L’efficienza del sistema è impressionante, assai migliore dei relativamente primitivi sistemi di accesso dati ai ricercatori delle top Universities; strumenti per i quali, peraltro, le Università spendono ogni anno milioni di sterline. Costi talmente alti da essere diventati ormai insostenibili anche per alcune Università statunitensi, che si sono viste costrette a non rinnovare gli abbonamenti agli editori diversi anni fa (è il caso della Cornell University); e perfino un’istituzione come Harvard non può più permettersi abbonamenti a tali riviste.

E se i costi sono insostenibili per Harvard, si può ben immaginare la situazione di ricercatori che vivono in Paesi non facenti parte del “Primo mondo”. “I prezzi sono molto alti” spiega Alexandra Elbakyan “e questo rende impossibile ottenere gli articoli comprandoli. Per fare una ricerca c’è bisogno di leggere molti articoli, e se ognuno costa 30 dollari, beh, la cosa diventa impossibile”.
Da qui l’esigenza di ricorrere alla “pirateria”, unico sistema per riuscire a lavorare.
“Prima di Sci-Hub” racconta ancora Alexandra “questo problema si risolveva “manualmente”, per esempio andando sui forum in cui i ricercatori comunicavano tra loro, e si scambiavano gli articoli a vicenda”. Prassi diffusa ancor oggi, peraltro (si pensi all’hashtag #icanhazpdf), ma che la Elbakian definisce “arcaici”, e rispetto ai quali Sci-Hub rappresenta un indiscutibile punto di svolta.

Ovviamente il mondo degli editori non è rimasto a guardare impassibile. Esattamente come aveva fatto con Aaron Swartz, ha deciso di ricorrere alle vie legali. E se Aaron se l’era dovuta vedere con Jstor, ad Alexandra è andata quasi peggio, visto che a denunciarla è nientemento che Elsevier, il più grande colosso mondiale del settore.
Lo scorso anno il giudice Robert W. Sweet, del distretto di New York, ha mandato un’ingiunzione preliminare a Sci-Hub, rendendo irraggiungibile il precedente dominio del sito. Elsevier ha stimanto il danno subìto per una cifra che va dai 750 a 150.000$ per ogni articolo piratato; considerando che ad oggi Sci-Hub dispone di 48 milioni di articoli, il risarcimento dovrebbe teoricamente ammontare a qualche miliardo di dollari, una cifra destinata evidentemente a rimanere nel campo delle ipotesi, tanto in teoria quanto nella pratica.

E Alexandra, come una novella Antigone, in un’appassionata lettera al giudice Sweet, ha posto la questione in termini non tanto legali, quanto piuttosto etici.

“Quando ero una studentessa all’Università del Kazakistan, non avevo accesso ad alcun giornale scientifico. Questi articoli mi servivano per il miei progetti di ricerca. Pagare 32$ cada uno è semplicemente una follia, quando hai bisogno di decine o centinaia di articoli per ogni ricerca. Sono riuscita ad ottenerli soltanto grazie alla pirateria. Più tardi ho scoperto che ci sono moltissimi ricercatori (non solo studenti, ma anche ricercatori universitari) nella mia condizione, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Hanno creato comunità online (forum) per risolvere il problema. I ero una partecipante attiva in queste comunità in Russia. In questi forum tutti coloro che hanno bisogno di un articolo scientifico, ma non possono pagarlo, postano una richiesta alla comunità, e qualcun altro -che può accedervi- glielo manda per email. Io potevo ottenere qualsiasi articolo piratandolo, quindi ho soddisfatto molte richieste, e le persone mi sono sempre state molto riconoscenti. Dopodiché ho creato Sci-Hub, un sito che rende semplice ed automatico questo processo, e che è diventato subito popolare.

E’ vero che Sci-Hub raccoglie donazioni volontarie, ma comunque non forziamo nessuno a mandarci nulla. Elsevier, al contrario, agisce con metodi da racket: se non mandi denaro, non leggerai alcun articolo. Nel mio sito ogni persona può leggere quanti articoli vuole a gratis, e mandare donazioni a propria totale discrezione. Perché Elsevier non fa altrettanto, mi chiedo?”.

E poi c’è l’aspetto più importante.

Devo anche menzionare il fatto che Elsevier non è il creatore di questi articoli. Tutti gli articoli su quei siti sono scritti dai ricercatori, e i ricercatori non ricevono un centesimo da Elsevier. E’ molto diverso dal mondo della musica o del cinema, dove gli autori ricevono denaro per ogni copia venduta. Nel mondo della ricerca scientifica, gli autori degli articoli non vengono pagati. Perché dovrebbero mandare il loro lavoro ad Elsevier, allora? Perché si sentono costretti a farlo, perché Elsevier è uno dei cosiddetti “giornali ad alto impatto”. Se un ricercatore vuole vedersi riconosciuto, far carriera, deve pubblicare su giornali del genere.

Riadattato da http://bigthink.com/neurobonkers/a-pirate-bay-for-science

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