Condivisione della conoscenza

di Leonardo Zampi | 19/12/2015

L’informazione è potere. Ma come tutti i poteri, ci sono quelli che vorrebbero tenerlo per sé” diceva Aaron Swartz; in questo caso, però, non era certo stato il primo a sottolineare questo concetto.

In fin dei conti la più potente e decisa sottolineatura della potenza insita nella conoscenza non proviene da qualche hacker o filosofo; sta scritta nella Bibbia. Nella Genesi, per essere precisi; dopo aver creato l’uomo e la donna, Dio li piazza nel giardino dell’Eden e dà loro la facoltà di mangiare i frutti di tutti gli alberi, tranne uno: quello della Conoscenza del Bene e del Male. Per essere sicuro che non ne mangino, Dio spiega loro che, se contravverranno a questo ordine, moriranno. E’ il serpente, poi, che svela alla donna la verità: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen. 3, 5). Il resto della storia è noto: l’uomo e la donna danno retta al serpente, e in effetti acquisiscono quella conoscenza che permette loro di rendersi conto di essere nudi (Gen. 3, 11). Dio allora capisce che occorre intervenire, prima che compiano anche l’ultimo passo e diventino immortali: “Il Signore Dio disse allora: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!»” (Gen. 3, 22).

Le civiltà antiche hanno sempre concepito gli dèi come esseri superiori all’uomo, ma quasi mai per virtù che noi definiremmo “morali”; gli dèi antichi erano irascibili, permalosi, fedifraghi e molto altro, esattamente come gli umani. Il loro status di superiorità consisteva appunto in due cose: l’immortalità e la conoscenza. Nella Genesi (che altro non è che una riproposizione di più antiche mitologie), l’uomo riesce a mettere le mani sulla conoscenza, avvicinandosi allo status divino; a quel punto Dio, per non rischiare che l’uomo possa fare a meno di lui, decide di cacciarlo dall’Eden e di condannarlo al lavoro.

La conoscenza, insomma, per gli antichi avvicinava l’uomo agli dèi. All’epoca essa poteva ricondursi principalmente al sapere quando e come seminare un terreno, irrigarlo, raccoglierne i frutti; uno step successivo poteva essere individuato nella capacità di leggere, scrivere e tenere i conti del Palazzo reale. Infine, a pochi eletti era data l’abilità di progettare opere ingegneristiche quali canali d’irrigazione, edifici, tombe monumentali (opere che, ancor oggi, in alcuni casi rivelano una maestria a dir poco impressionante).

E oggi?
Oggi la situazione è cambiata molto meno di quanto ci si potrebbe aspettare. Oggi come (più di?) allora la conoscenza -e la possibilità di accedervi- determina se si è uomini o dèi.

Chi conosce quello che Andrea Scanzi ha definito “sanscrito bancario” potrebbe riuscire a far firmare a degli ignari pensionati dei documenti pieni di trappole pensate apposta per rapinarli a norma di legge; il legislatore può mantenere il burocratese il più complicato possibile, per impedire al cittadino di fare da sé e costringerlo a rivolgersi a un commercialista; o, ancora, chi conosce i segreti della programmazione informatica potrebbe diffondere software e strumenti altrettanto pericolosi per la privacy, riuscendo anche in questo caso a far credere di stare facendo del bene a chi li usa.

E, naturalmente, chi governa un Paese (o anche solo una porzione di esso) potrebbe usare numeri e statistiche per mentire agli ignari elettori e gonfiare così il suo consenso elettorale; ad esempio affermando che scende il numero dei disoccupati e lasciando che l’ascoltatore ne deduca automaticamente (ed erroneamente) che aumenta il numero di quelli che hanno un lavoro. Tanto, notoriamente, i pochi commentatori che si prendono la briga di andare a guardare i dettagli (dentro i quali si nasconde il diavolo, secondo un adagio popolare) scrivono su siti semi-sconosciuti, e sono anche poco attivi sui social.

Tutto ciò, ovviamente, ha dei risvolti gravi sulla democrazia: è questa la tesi di fondo di “L’età dell’ignoranza“, saggio di Fabrizio Tonello uscito nel 2012, che nel sottotitolo si chiede (retoricamente) se possa esistere una democrazia senza cultura. Il buon senso ci spinge a rispondere “no”, ma questo non pare essere avvertito come un problema dai principali partiti (italiani e non). I quali, anzi, sembrano ben lieti di avere a che fare con un elettorato capace di comprendere solo concetti elementari (si veda l’ormai celebre -e inquietante- statistica OCSE sull’analfabetismo funzionale).

La politica, in Italia, ha prima diffuso l’ignoranza, e poi vi si è adeguata. Ad esempio nel linguaggio, oggetto di studi appassionati da parte dell’Accademia della Crusca. Vittorio Coletti ha riassunto i termini della questione:

“Sono molti a sostenere che in Italia il linguaggio politico è molto cambiato. E non a torto. Se in passato la lingua della politica suonava astrusa o troppo compassata o così settoriale da permettersi di infrangere le regole della geometria con le celebri “convergenze parallele”, oggi rumoreggia volgare e schietta, diretta e approssimativa. Prima si cercava di parlare in pubblico meglio di come si mangiava, oggi ci si vanta di parlare come si mangia (col sottinteso che si mangia male). Si è passati da una lingua colta, forte ed esclusiva, a una lingua popolaresca, debole ed inclusiva. Giuseppe Antonelli ha ben sintetizzato questa evoluzione dicendo che si è passati dal “paradigma della superiorità” a quello del “rispecchiamento”, abbassando il livello stilistico del discorso politico a quello medio-basso della lingua quotidiana. Indizio vistoso di queste novità la consuetudine di nominare i leader col nome proprio (Silvio, Beppe, Matteo…), segno equivoco di familiarità e devozione, di vicinanza e sudditanza. Questo cambiamento è andato in parallelo con l’affermazione di una comunicazione politica più orale che scritta. In precedenza, era “scritto” anche il discorso in pubblico (spesso letto); oggi è “parlato” anche un testo scritto (e magari letto di nascosto su un “gobbo” invisibile allo spettatore). Del resto, sono cambiati anche i formati comunicativi e dalla lunga orazione solista dei comizi si è passati al concitato diverbio a più voci dei talk show”.

Dunque la domanda cruciale è: come si esce da questo circolo vizioso?
In primis occorrerebbe prendere atto che, solitamente, chi ha il potere cerca di conservarlo con tutti i mezzi; sanguinari e feroci nelle dittature, più sofisticati e subdoli nelle democrazie. E se la diffusione della conoscenza può rappresentare un ostacolo per chi detiene il potere (sia esso economico o politico, o -come accade sempre più spesso- entrambe le cose assieme) egli cercherà di ostacolarla.
Tagliando i finanziamenti alla cultura, approvando riforme dell’istruzione che limitino l’accesso al sapere universitario; o magari cercando di piegarla a logiche mercantili, tramite copyright e affini.

Chi detiene la conoscenza detiene il potere.
Diffonderla e condividerla significa aiutare la democrazia.

 

(foto di BlueOlive – licenza Creative Commons Zero, Public Domain)