Green transition, economia sostenibile e beni comuni

Green transition, economia sostenibile e beni comuni

Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, ci accorgeremo che non si potrà mangiare il denaro. (Proverbio indiano)

Il cambiamento climatico è una realtà: il 97% dei climatologi è concorde nel ritenere che la causa principale sia l’attività umana, e in particolare le immissioni di gas serra nell’atmosfera.
Pensare di poter controllare il fenomeno (evitando le nefaste conseguenze di un aumento eccessivo della temperatura media nei prossimi decenni) con semplici “correzioni” o aggiustamenti all’attuale sistema economico è irrealistico. Ciò che serve è un ripensamento radicale del modello economico, che abbia il coraggio di abbandonare dei dogmi consolidati. Occorre puntare sempre più sulle rinnovabili (e sulla riduzione del consumo energetico) e sempre meno sui fossili; sempre più sul locale e sul biologico anziché sul mercato globale industrializzato. Occorre passare da un’economia lineare (produzione → usa&getta → rifiuto) ad una circolare, in cui i prodotti sono concepiti fin dall’inizio per poter essere smontati, riciclati o sostituiti, senza trasformarsi mai in rifiuti non reintegrabili. Occorre tornare a produrre beni durevoli, anziché esasperare l’obsolescenza programmata.

Per fare tutto ciò, occorre accettare l’idea che la crescita infinita (del PIL, dei consumi, delle retribuzioni, dell’inflazione, etc.) non è fattibile, oltre che auspicabile.

Occorre anche modificare i “parametri di valutazione” con cui valutiamo il mondo. Per troppo tempo abbiamo accettato l’idea che la crescita del PIL di un Paese implicasse automaticamente il miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza dei suoi cittadini.
In realtà è solo un indice della ricchezza complessiva di un Paese, che non tiene conto della distribuzione della ricchezza, né del benessere delle persone, né di altri fattori (la crescita del PIL richiede maggior produzione ed efficienza, spesso ottenuti a scapito degli equilibri ambientali e dei diritti umani).

Queste dinamiche oggi hanno portato ad una peggior retribuzione del lavoro, ad una crescente maldistribuzione della ricchezza (che il mercato non compensa come erroneamente alcuni sostengono) ed hanno tolto il tempo di riflettere sui valori che rendono la vita umana felice.

La sostenibilità ambientale deve cioè andare di pari passo con quella sociale; gli Stati devono poter avere il diritto di utilizzare gli strumenti opportuni (ad esempio la leva fiscale) per premiare chi rispetta i lavoratori e l’ambiente e penalizzare chi mira solo al profitto.

Così come è diritto/dovere degli Stati quello di tutelare i beni comuni, cioè tutti quei beni essenziali per il benessere collettivo, a cominciare dall’acqua. I beni comuni non dovrebbero essere oggetto di lucro, ma al massimo fonte di ricavi solo per lo stretto necessario per ripagarne il lavoro.
Questo storicamente è stato fatto tramite la proprietà pubblica delle aziende nei settori strategici.
Tuttavia, a causa di difetti della democrazia rappresentativa e dello scarso controllo civico (mancanza di trasparenza, corruzione, clientelismo), molte gestioni pubbliche sono state gestite in modo pessimo, facendo nascere in una parte dell’opinione pubblica la convinzione che l’unica possibilità di gestire in modo efficiente tali servizi sia affidarli al mercato.
E ciò non solo ha legittimto ciò che prima era illegale e immorale (profitti privati su beni pubblici), ma ha spesso portato ulteriori disservizi.

D’innanzi a questo inefficace duopolio, molti cittadini negli ultimi anni hanno proposto una terza via: quella dell’amministrazione condivisa dei beni comuni. Un concetto che si traduce, all’atto pratico, in regolamenti e patti di collaborazione che diverse amministrazioni comunali hanno già approvato, mentre altre sono in fase di discussione.