Poletti nel Paese del calcetto

Poletti nel Paese del calcetto

L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

“La situazione è grave, ma non seria” potremmo dire, parafrasando Ennio Flaiano, a proposito delle dichiarazioni di Poletti sul come trovare lavoro in Italia.            

E’ grave perché i pochi numeri che abbiamo a disposizione dimostrano che l’analisi del Ministro del Lavoro ha un fondo di verità. Come ha spiegato Fabrizio Benassi su Gli Stati Generali -e come avevamo scritto anche noi, qualche tempo fa, le statistiche sulla ricerca dell’impiego nel nostro Paese dicono che

In Italia, l’84,3% dei disoccupati si rivolge, per la ricerca di un lavoro, ad amici, parenti e conoscenti. In aumento rispetto al passato, nel 2007 era il 74%. In Germania è, oggi, al 39,6%, in Svezia al 25,3%, in Grecia al 94,5% in forte aumento. La media dei 28 paesi UE è del 71,1%” (fonte Eurostat).

Si noti, en passant, come i tassi più alti siano in Italia e Grecia.            

Eppure, la cosa grave di per sé non è nemmeno questa. E’, piuttosto, il fatto che il consiglio di Poletti si potrebbe estendere a pressoché qualunque altro ambito della vita pubblica, compresa verosimilmente la carriera politica. Con il “calcetto” polettiano in Italia si possono ottenere anche case, annullamenti di multe, velocizzazioni improvvise di prassi burocratiche altrimenti secolari e via dicendo.            

Anzi, ancor più che il “calcetto” si potrebbe dire che sia il pranzo domenicale in famiglia a determinare il tenore di vita dell’individuo. Già nel 1958 il professor Edward C. Banfield, dopo due anni di soggiorno a Chiaromonte, mise nero su bianco la celebre teoria del “familismo amorale“, ossia la tendenza, da parte dei cittadini da lui esaminati, di “massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”. Come fece notare Alfio Squillaci in un articolo (oggi non più online) sul già citato sito Gli Stati Generali, in realtà            

la nozione di familismo amorale è estensibile a qualsiasi gruppo, non solo familiare, ma alla conventicola, alla corporazione, alla cricca, al sindacato, al gruppo amicale detto cronyism  ecc, ossia tutti quei soggetti che  contrappongono valori “particolaristici” a quelli universalistici: in altri termini è un valore mentale-culturale oltre che una devastante prassi sociale che, così come prospettato da Banfield,  si contrappone alla civicness, al senso civico.            
Sotto questo riguardo è “familismo amorale” per esempio accettare o chiedere voti di scambio (…), accettare o chiedere raccomandazioni, ma anche, stressando il concetto nei suoi confini semantici, non donare il sangue, non denunciare comportamenti criminosi , farsi i fatti propri, ecc.; ovvero non condividere o osteggiare  comportamenti community oriented.            
Da questa incapacità a “pensare collettivo”, motivata da particolarismo e da sfiducia verso gli altri, nasce per Banfield un problema sia per l’economia che per la politica. In economia non fai un passo avanti nello sviluppo se non sai aggregarti agli altri,e in politica non avrai la democrazia (autogoverno), perché come aveva già osservato Tocqueville nella Democrazia in America (fonte di ispirazione  di Banfield)  tale assetto politico nasce dall’associazionismo, ossia dalla capacità che hanno gli individui uscire fuori da se stessi, dal proprio nucleo familiare e dalla propria corporazione per  sviluppare comportamenti orientati verso la comunità, di partecipare alla vita pubblica. Avrai cioè in ultima analisi una società “arretrata”.            


In effetti il saggio di Banfield si intitolava proprio “Le basi morali di una società arretrata”. Lo scopo del suo lavoro non era, cioè, far conoscere al lettore una sorta di modo alternativo d’intendere il mondo, bensì un tentativo di scoprire le cause per cui certe società -come l’Italia di allora- non riuscivano a progredire (laddove il “progresso” per Banfield consisteva principalmente -se non esclusivamente- nella possibilità che si sviluppasse un sistema economico capitalista).    


Ed è in questo aspetto che risiede la differenza tra lo studioso e il nostro Ministro. Ogni volta che Poletti parla, dà la sensazione di non essere affatto intenzionato a cambiare le cose. Pare piuttosto un anziano “saggio” che dispensa consigli (non richiesti) ai suoi nipoti, con degli “spiegoni” su come gira questo brutto mondo. Mettendo insieme i due principali consigli che ha elargito ai giovani in questi anni (quello di laurearsi alla svelta, anche se con voti bassi, e quest’ultimo sul calcetto), emerge un quadro molto preciso dell’idea che quest’uomo ha del Paese che gli paga lo stipendio: un luogo in cui preparazione, competenza e studio servono a poco, e in cui invece a contare parecchio sono le amicizie e le relazioni clientelari (giusto per chiamare le cose col loro nome). Un quadro certamente realistico, ma che un Ministro dovrebbe sforzarsi di cambiare. Come ha scritto Caterina Bonetti           

Compito del Ministro sarebbe infatti cercare di modificare lo status quo, d’incentivare assunzioni in base al percorso di formazione, alle competenze e al reale merito. Il compito di un Ministro non termina alla presa di coscienza del problema e a un “così vanno le cose”, ma il suo ruolo prevede un intervento affinché le cose cambino e migliorino. Cosa penseremmo di un capo della polizia che di fronte all’aumento delle rapine dicesse “eh…d’altra parte i ladri ci son sempre stati…Capita a tutti un furto prima o poi”?            

Per questo, forse, stavolta la richiesta di dimissioni -così farsescamente abusata in questi anni- può essere condivisibile. Un Ministro della Repubblica non può incoraggiare al clientelismo. Punto.            

L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

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