Leges et circenses

Leges et circenses

L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

Donald Trump che mostra alle telecamere il quaderno coi decreti presidenziali appena firmati, compiaciuto come un bimbo che fa vedere alla mamma i disegni che ha appena finito di colorare coi pastelli (similitudine by Bill Maher), è l’emblema dell’epoca in cui viviamo. Più precisamente, è l’emblema del rapporto perverso che esiste -da anni ormai- tra la politica e la comunicazione di massa; finita l’epoca in cui c’era un tempo per la campagna elettorale e uno per il governo, oggi rimane solo il primo, che coincide con l’anno solare tout-court. La classe dirigente odierna sente il bisogno irrefrenabile di mostrare al mondo che “sta facendo”, cioè che sta approvando leggi su leggi; se poi gli effetti concreti si faticano a vedere, la colpa è del “sistema”, anziché di chi contribuisce ad ingolfarlo ulteriormente con provvedimenti inutili (ne avevamo parlato anche qui).

L’Italia, manco a dirlo, sotto questo aspetto ha precorso i tempi e fatto scuola. E c’è un ambito, in particolare, in cui questa smania di mostrarsi attivi assume connotati quasi tragicomici: la giustizia.

I principali partiti italiani, di fronte al dilagare (vero o presunto) di certi reati, sembrano conoscere solo due rimedi: introdurre nuove tipologie di reato e/o inasprire le pene. Nella convinzione -non è dato sapere quanto sincera- che ciò possa davvero contribuire a ridurre il numero di reati.

Tre esempi su tutti: il reato di immigrazione clandestina, l’omicidio stradale e il “femminicidio”. Nel primo caso, che si tratti di un reato istituito dai leghisti solo per farsi belli agli occhi dei propri elettori, inefficace per gli scopi che si era prefisso e “in compenso” letale per l’ingolfamento dei tribunali, lo ripetono da anni diverse personalità istituzionali, non certo ascrivibili all’area dei “buonisti di sinistra”: il capo della Polizia, il Presidente della Corte di Cassazione, lo stesso Ministro della Giustizia Orlando.

Eppure, avanti a tutto c’è la ricerca del consenso immediato, e guai ad approvare leggi che “la gente non capirebbe“.

Idem per l’omicidio stradale. Come ha spiegato Davigo in un’intervista al Corriere della Sera

la pena è talmente alta (fino a 18 anni, n.d.r.) che tra un po’ a qualcuno converrà dire che voleva ammazzare per rispondere di omicidio volontario”.

Numeri alla mano, spiega Benedetto Maria Bonomo, membro della Commissione Giuridica dell’Automobile Club di Bergamo, i casi di pirateria stradale sono aumentati, anziché diminuire.

E la mente torna ai giorni precedenti l’approvazione del fatidico reato, quando su SkyTg24 campeggiava in sovrimpressione un impietoso contatore, che misurava quanti giorni, minuti e secondi (sic!) erano trascorsi da quando la legge sull’omicidio stradale era stata presentata in Parlamento. E come scordarsi le vesti stracciate dall’indignazione, quando la Camera rimandò indietro la legge per “l’ennesima” volta? Peccato che ci fosse una ragione molto valida: in un primo momento, si voleva considerare “omicida stradale” anche chi si fosse fermato a soccorrere la vittima. Fu un emendamento di Forza Italia -approvato dalla Camera- a rimandare indietro la legge (e sì, anche allungandone l’iter), per apportare quel fondamentale cambiamento.

Dulcis in fundo, il femminicidio. Reati con un tasso di impunità prossimo allo zero -il colpevole è evidente fin da subito- e per il quale sono già previste pene alte. Eppure, a giudicare dal dibattito pubblico, pare che molti siano convinti che gli uomini uccidono perché le pene non sono abbastanza severe. Come se un uomo in preda a un raptus di follia omicida possa improvvisamente fermarsi, sapendo che è entrata in vigore una nuova legge.

Il problema di fondo, del resto, è che per vasta parte della pubblica opinione chi propone soluzioni facili (a dirsi) è un pragmatico, mentre chi pronuncia frasi come “occorre puntare sull’educazione” viene percepito come un ciarlatano inconcludente.

Facile immaginare, dunque, cosa accadrebbe se -per snellire la “macchina giudiziaria”- la politica tentasse di fare ciò che gli addetti ai lavori (tra cui il già citato Davigo) sostengono da tempo, cioè depenalizzare una serie di reati: molti partiti griderebbero allo scandalo, facendo finta di ignorare (o magari ignorando davvero) la differenza tra “depenalizzazione” e “legalizzazione”.

La delinquenza non può essere intesa come un attacco da parte di un gruppo di nemici, da cui difendersi aumentando di riflesso la durezza delle misure permesse dalla legge. Non solo per l’illusione di fare qualcosa quando in realtà non si fa niente, ma proprio perché si sbaglia approccio. Solo un serio e audace impegno nel diminuire le iniquità finanziarie, la deriva culturale, i problemi economici e tecnologici connessi alla disoccupazione, ampliando l’accesso alle conoscenze e all’istruzione gratuita, sostituendo l’implicito obiettivo di massima resa commerciale e produttiva della nostra società, con l’obiettivo di permettere una vita umana serena e pacifica, possono realmente diminuire l’aggressività e la dissolutezza che dilagano nella nostra società.

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