Perché serve un approccio hacker alla politica

Perché serve un approccio hacker alla politica

Come l’ottima pagina di Wikipedia dedicata alla storia dell’hacking, tra i significati che il termine “hacking” ha assunto nel corso della storia, negli anni ’50

“Significava migliorare l’efficienza e la velocità del software già esistente che tendeva a ingolfare le risorse della macchina. Ed è qui che successivamente si colloca una diversa radice del termine hacker, la forma sostantiva del verbo inglese “to hack” che significa “tagliare”, “sfrondare”, “sminuzzare”, “ridurre”, “aprirsi un varco”, appunto fra le righe di codice che istruiscono i programmi software. Un hacker era quindi uno che riduceva la complessità e la lunghezza del codice sorgente, con un “hack”, appunto, una procedura grossolana ma efficace, che potrebbe essere tradotta in italiano come “zappata” o “accettata” (tagliata con l’accetta) o altrimenti con una “furbata”.

Sorge quasi spontaneo, dunque, un confronto tra questo modo di pensare e quello della politica e delle istituzioni (soprattutto italiane).

Prendiamo ad esempio il numero di leggi in vigore in Italia: una semplice query sui motori di ricerca restituisce tra le prime posizioni articoli in cui si ammette che “non esistono numeri certi”.

Del resto, nel 2010 l’allora Ministro Calderoli volle dare una dimostrazione anche visiva della presunta efficacia della sua azione di governo contro le leggi inutili, demolendole con piccone e lanciafiamme. A detta del pittoresco leghista, le leggi inutili sarebbero ammontate a 375.000; un calcolo che lasciò piuttosto perplesso Gian Antonio Stella, che sul Corriere fece notare quanto quei numeri fossero poco realistici.

Nel 2014 Guido Scorza spiegava, in un articolo su Il Fatto Quotidiano, che

“Secondo Normattiva, un progetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Senato e della Camera dei Deputati – in collaborazione con la Corte Suprema di Cassazione, l’Agenzia per l’Italia Digitale e l’Istituto poligrafico della Zecca dello Stato – (…) in Italia, il corpus normativo statale dei provvedimenti numerati (leggi, decreti legge, decreti legislativi, altri atti numerati), dalla nascita dello Stato unitario poteva essere valutato in “circa 75.000” unità”.

In effetti, provando a lanciare una ricerca avanzata su Normattiva inserendo come unico parametro il periodo di pubblicazione 1948→2016, si ottengono 72.917 risultati.

E forse il problema non risiede soltanto nel numero di leggi in sé, ma anche (e soprattutto) nella quasi impossibilità, per il cittadino “normale”, di destreggiarsi agevolmente tra articoli, commi e mille altri rivoli del burocratichese stretto. Un fenomeno che affligge -com’è noto- anche molti altri settori, ben più vicini alla vita quotidiana delle persone: la giustizia, il settore bancario, quello assicurativo e molti altri. Un fattore, questo, che verosimilmente incide su quell’ormai celeberrimo dato sull’analfabetismo funzionale, che secondo le ultime stime riguarderebbe ormai il 70% della popolazione italiana: l’incapacità di comprendere un testo di legge (o i termini di una polizza assicurativa, o altro ancora) forse non è da imputare esclusivamente alle carenze -pur innegabili- del sistema scolastico o alla scarsissima dimestichezza con la lettura degli italiani. Forse c’è anche la precisa volontà -figlia di una convenienza corporativistica e lobbistica- a lasciare che il linguaggio e le procedure di molti settori restino sufficientemente oscuri, al punto che il cittadino non possa far altro che rivolgersi a professionisti.

Per questo serve un approccio hacker alla “macchina statale” in generale, prima ancora che alla politica. In estrema sintesi, si può dire che gli hacker considerano la tecnologia (e i computer in particolare) come un mezzo per liberare l’individuo “da” qualcosa, ossia per renderlo il più indipendente possibile sia dal mercato che dallo Stato. Così il Software libero permette di sottrarsi all’obbligo di rivolgersi alle multinazionali e ai loro prodotti protetti da copyright e brevetti; le criptovalute permettono di fare a meno delle banche o della zecca di uno Stato. Estendendo questo principio all’amministrazione pubblica, si può postulare che un corpus di leggi ridotto e chiaro, unitamente alla trasparenza e all’accessibilità dei dati ridurrebbe parecchio il potere dei “tecnocrati”, intesi genericamente come tutti coloro che traggono potere dall’essere i soli in grado di penetrare i misteri del proprio settore.
Sembra fortunatamente essersene reso conto anche il  Team per la trasformazione digitale (che fa capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri), che con la nomina di Piacentini spera di tradurre in atto l’azzeccato slogan “meno codici, più codice”.

Quasi superfluo ricordare che i benefici -economici in primis– di una tale rivoluzione sarebbero immensi. Come spiega Linkiesta, già nel 2013 il Politecnico di Milano stimava a 43 miliardi di euro annui il risparmio per le casse statali.

Inoltre, un approccio hacker servirebbe molto anche al come le leggi vengono pensate e considerate. E’ un vizio tipico della politica italiana il legiferare solo per potersene vantare con la pubblica opinione (quasi a dire “Noi la legge l’abbiamo approvata, la nostra parte l’abbiamo fatta”), senza neanche valutare la reale applicabilità della legge nella vita quotidiana. Così il famoso reato di clandestinità continua ad essere definito inutile e dannoso perfino dal capo della Polizia, ma la politica non trova il coraggio di abrogarlo per paura che la pubblica opinione “non capisca”.

L’idea che hanno i pirati della produzione legislativa, invece, è diametralmente opposta. L’ha spiegata bene Rick Falkvinge, nella sua Pirate Wheel (ita) alla voce “legislazione di qualità”.

Fare leggi coerenti e dotate di una consistenza interna è un lavoro duro. Troppo frequentemente, le leggi sono internamente contraddittorie e soggette all’interpretazione delle Corti. Al contrario, dobbiamo impostare un alto livello qualitativo prima di emanare delle leggi. In particolare, tutte le leggi dovrebbero rispettare cinque criteri di qualità:
1. Necessità. La legge deve individuare un problema specifico la cui risoluzione attraverso la legge stessa sia d’interesse pubblico. (Ciò è in contrasto con faccende d’interesse privato, o con problemi che potrebbero essere risolti non tramite leggi apposite). Il problema deve essere identificato attraverso cifre reali e provenienti da fonti attendibili, piuttosto che da espressioni come “meno”, “più” o “peggio”.
2. Efficacia. La soluzione legislativa proposta deve risolvere il problema in questione secondo studi multipli e indipendenti (in particolare, non provenienti da soggetti che traggono benefici dalla legge stessa).
3. Proporzionalità. La legge proposta non deve creare problemi peggiori di quelli che vorrebbe risolvere. In particolare, i diritti umani devono essere sempre rispettati.
4. Basata su prove. La legge dev’essere basta su studi laici, indipendenti e basati su prove scientifiche, e mai su dogmi di qualsiasi tipo.
5. Basata sui diritti. La giustificazione per ogni legge deve rientrare nell’ambito dei diritti umani, e mai in dogmi o morali. (Come detto altrove, i monopòli intellettuali come il copyright e i brevetti non sono considerati diritti, ma limitazioni del diritto).

Le leggi pre-esistenti che non soddisfano questi requisiti dovrebbero essere abrogate.

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