Mani Pulite 25 anni dopo: corrotti & scontenti

Mani Pulite 25 anni dopo: corrotti & scontenti

Lo scorso 17 febbraio ricorreva il 25esimo anniversario dell’arresto di Mario Chiesa, evento che dette il via all’inchiesta passata alla storia col nome di Mani Pulite, tra le più imponenti della storia italiana per numeri e, soprattutto, conseguenze sulla vita politica e sociale del Paese.  
 
Un’inchiesta che dimostrò come, nell’Italia di allora, le tangenti rappresentassero l’assoluta normalità in ogni relazione d’un certo livello. Una situazione dalle conseguenze enormi, che in parte ancor oggi stiamo pagando: il fatto che le opere pubbliche costassero in Italia molto più che all’estero, essendo il prezzo gonfiato appunto da tangenti e mazzette varie (celebre il caso della linea M3 della metropolitana di Milano, costata 192 miliardi di lire a Km contro i 45 miliardi di quella di Amburgo); l’impennata del rapporto tra debito/PIL, che guarda caso proprio tra la seconda metà degli anni ’80 e i primi anni ’90 passava dall’80% al 105%.

Eppure, l’aspetto più significativo ed emblematico di quella vicenda non fu tanto l’inchiesta giudiziaria in sé, quanto piuttosto ciò che accadde dopo (e per “dopo” s’intende appunto “nei successivi 25 anni”).  
 
Primo aspetto tra tutti, l’ipocrisia inarrivabile di chi -come Berlusconi e i “giornalisti” sul suo libro paga- in un primo momento si schierò con slancio e convinzione dalla parte del pool di magistrati (proponendo addirittura il ruolo di Ministro degli Interni a Di Pietro e Davigo), salvo poi cambiare repentinamente opinione e cominciare ad attaccarli quotidianamente appena si ritrovò dall’altra parte dell’aula giudiziaria (cioè sul banco degli imputati).  
 
Altrettanto degno di nota, poi, l’atteggiamento dei principali partiti della sinistra, che a parte lamentarsi delle famigerate “porcate” berlusconiane (depenalizzazione del falso in bilancio, legge Cirami, svariate altre leggi finalizzate all’impunità propria e dei suoi sodali su cui sono stati scritti libri corposi) ben poco fecero, quando al Governo, per cambiarle, trovandosi a loro volta coinvolti in vicende di corruzione e malaffare politico-imprenditoriale.  
Perfino il Governo Renzi, che pure ha formalmente ripristinato il falso in bilancio, è riuscito a partorire un provvedimento che, secondo gli addetti ai lavori, rischia addirittura di risultare controproducente.

In questo contesto va inquadrata la nascita di un’ulteriore, forte ondata di indignazione popolare -portata avanti da personalità del mondo del giornalismo, primo tra tutti Marco Travaglio, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (autori de La Casta)- che è poi sfociata nel consenso elettorale del Movimento 5 Stelle, che l’onestà l’ha politicamente brandizzata e trasformata nel suo principale cavallo di battaglia, salvo poi modificarne il significato a seconda dei casi giudiziari che l’hanno coinvolto (ovviamente il M5S è un fenomeno molto più complesso, che va visto alla luce delle idee di Casaleggio sulla manipolazione dell’opinione pubblica e di mille altri fattori, che in questa sede non c’è modo di approfondire).  

E così si arriva ad oggi. Cioè ai talk-show in cui i conduttori s’interrogano pensierosi su quali errori abbiano fatto i Di Pietro e i Davigo, e trovano i soliti giornalisti (ancor oggi sul libro paga di Berlusconi) che rispondono che lo sbaglio fu quello di “illudere le persone che l’Italia la potessero aggiustare quei tre magistrati”. Costringendo Di Pietro stesso a ribadire l’ovvio, cioè che le leggi le fa (o meglio: le cambia) il Parlamento, non la magistratura, e che la domanda vera da porsi sarebbe “perché Tangentopoli è stata fermata”, e soprattutto da chi.  
 
Chissà, forse un giorno avremo una risposta. Magari tra altri 25 anni, quando ormai i fatti saranno così remoti nel tempo da risultare ormai irrilevanti (e dunque inoffensivi). O forse non lo sapremo mai, e questa vicenda andrà soltanto ad aumentare di un’unità il novero dei misteri mai risolti di questo triste Paese, dove l’omertà pare essere molto più sovrana del popolo.  
 
Intanto, però, quei 25 anni non sono trascorsi invano. In questi cinque lustri abbiamo visto la delegittimazione della magistratura a cadenza quasi quotidiana; in forma violenta e grottesca (quando portata avanti da Berlusconi stesso, o dagli Sgarbi, i Feltri, i Giuliano Ferrara e altri botoli ringhiosi), o nella forma più cerhiobottista e ipocrita dei “giornaloni” nazionali (Corriere della Sera in primis), che per non perdere troppi lettori e sembrare intellettualmente onesti parlavano di “scontro tra politica e magistratura” e di “garantismo vs. giustizialismo”.  
 
E in un Paese malato di familismo amorale, la delegittimazione di chi cerca di far rispettare la legge è come la dose quotidiana per un drogato. Se tanto son delinquenti (o magari anche solo opportunisti, ipocriti e altro) anche i magistrati, che senso ha rispettare le leggi?
Intendiamoci: ovviamente le mele marce esistono ovunque, ivi compresa la magistratura (e ben sappiamo quante ce ne siano tra le forze dell’ordine, nell’esercito, tra i medici etc.). Ma un conto è ribadire questa ovvietà, un altro è diffondere l’idea che -sic stantibus rebus- dopotutto il delinquere sia una forma di autodifesa del cittadino contro lo Stato cattivo e oppressore. Cosa che Berlusconi ha fatto per anni, e che oggi fanno anche i Salvini, le Meloni e anche Grillo.
 
Il risultato, dunque, è che oggi l’indifferenza ha sostituito l’indignazione. Mentre in Islanda la popolazione scende in piazza quando scopre che il Primo Ministro è stato coinvolto nei Panama Papers, e in Romania una folla si riversa nelle strade per protestare contro le depenalizzazioni per i reati di corruzione e abuso di potere, in Italia c’è la convinzione che oggi si rubi ancor più che ai tempi di Tangentopoli. Lo ha detto esplicitamente Davigo, in un’intervista al Corriere della Sera del 13 febbraio; lo ha confermato un sondaggio mandato in onda da Otto e mezzo di sabato 18 febbraio, e se ciò non bastasse si può sempre constatare che siamo ora al 60esimo posto nel mondo nella classifica di Transparency International in tema di corruzione percepita (dietro Cuba).

Su una cosa, tuttavia, avevano ragione i detrattori (spesso prezzolati) di Mani Pulite: non è soltanto con le formule “pene più severe-più controlli-più manette” che si risolve il problema. Quello che si può -e che si dovrebbe- fare è ridurre le occasioni stesse di corruzione, snellendo drasticamente la burocrazia e semplificando le procedure. Cosa che oggi, grazie al progresso tecnologico -e segnatamente informatico- è assolutamente alla portata dell’Italia.  
 
In fin dei conti, il familismo amorale riguarda le persone, non le macchine.

L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

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