EPA & Land Grabbing: derubarli a casa loro

EPA & Land Grabbing: derubarli a casa loro

Quando si parla della situazione dell’Africa odierna, capita spesso che taluni -solitamente etichettati come “buonisti” nella migliore delle ipotesi- tirino in ballo il colonialismo europeo del XX secolo. La risposta a ciò è solitamente una scrollata di spalle o qualche smorfia da parte degli interlocutori, che tipicamente rispondono che si tratta di fenomeni ormai relegati in un passato lontano, dunque non più utilizzabile nel dibattito.

Ora, a parte il fatto che in realtà il neo-colonialismo è un fenomeno che arriva ben oltre la metà del 1900, varrebbe effettivamente la pena concentrarsi non già su cosa l’occidente -a cui ultimamente s’è aggiunto anche l’oriente, e segnatamente alcuni paesi arabi e la Cina- ha fatto in passato, ma su cosa sta facendo tuttora. Con particolare riferimento a due fenomeni: il land grabbing e gli EPA.

Il Land Grabbing (traducibile in italiano con “accaparramento della terra”) è

l’acquisizione da parte di soggetti privati (multinazionali o altri investitori) o da parte di Stati, di vaste zone coltivabili (superiori ai 10 mila ettari) all’estero per produrre beni alimentari destinati all’esportazione, mediante contratti di compravendita o affitto a lungo termine – spesso tra i 30 e i 99 anni

Spacciato -tanto per cambiare- come un’opportunità per creare sviluppo tecnologico nei Paesi in via di sviluppo e contrastare la fame nel mondo, il Land Grabbing ottiene spesso l’effetto opposto: i prodotti sono destinati a rifornire più che altro i Paesi “investitori”, mentre le popolazioni locali si trovano prive delle proprie terre e della possibilità di accesso all’acqua. Ritrovandosi spesso a vedere nell’emigrazione l’unica opportunità di salvezza (non è un caso che il 70% delle terre “accaparrate” sia nell’Africa sub-sahariana, la stessa regione da cui proviene la maggior parte dei migranti economici).

Ma sbaglieremmo a pensare che i Paesi del primo mondo siano completamente al sicuro. Che il Land Grabbing sia sbarcato anche in Europa lo spiegava, già nel 2013, Limes, citando il report di Via Campesina. Con la differenza che qui, almeno, alcuni Stati hanno preso le contromisure: la Francia, ad esempio, ha appena varato una legge per contrastare il fenomeno.

Di tutto ciò, comunque, si sente parlare ben poco nei media mainstream. Così come altrettanto poco si parla degli EPA, gli Accordi di Partnerariato Economico tra l’Unione Europea e i Paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico). Equivalente africano dei più noti TTIP o CETA, e che prevede, come questi ultimi, l’eliminazione di qualunque tipo di dazi sui prodotti, con la creazione di un unico grande mercato in cui l’unica legge in vigore sia quella del più forte.

E poi, naturalmente, c’è il colonialismo “tradizionale”, raccontato ad esempio da Fabrizio Gatti su L’Espresso.

Il Niger è un Paese potenzialmente ricco. È il quarto esportatore al mondo di uranio. Solo dal 2013 due quintali vanno alla Cina. Tutto il resto, da sempre, tra le quattro e le quattro tonnellate e mezzo l’anno, viene letteralmente prelevato dalla Francia in base a un accordo di difesa del 1961, tuttora in vigore. Come conferma il bilancio 2015, la società di Stato francese “Areva” è esentata dal versamento a Niamey di qualunque forma di imposte sulla sua attività estrattiva. E grazie all’uranio del Niger, la Francia produce un terzo della sua elettricità: un terzo delle città francesi, delle industrie, degli ospedali e dell’energia che Parigi vende all’estero è praticamente alimentato dallo Stato africano. Senza incassare imposte, però, il Niger non ha risorse per investire in infrastrutture. Così soltanto il tre per cento dei nigerini ha accesso all’elettricità. Ogni black out nell’unico grande ospedale pubblico del Paese è un picco sui registri dell’obitorio: quando si fermano i ventilatori, nei reparti è una strage di bambini e anziani uccisi dal caldo. Un coraggioso presidente eletto democraticamente, Mamadou Tandja, nel 2006 aveva tentato di ridiscutere il dossier sull’uranio: improvvisamente il Nord del Niger si è trovato sotto l’attacco di una rivolta tuareg armata dalla Libia di Gheddafi e sostenuta da Parigi. Poi nel 2010 il solito colpo di Stato ha tolto di mezzo Tandja e la speranza.

Quasi superfluo ribadire, in questa sede, che l’unica strada per favorire un vero e sostenibile sviluppo nei Paesi del Terzo Mondo è tutt’altra, ed è scritta nei principi (almeno laddove vengono effettivamente messi in pratica) del Commercio equo e solidale: favorire la piccola proprietà contadina, accorciare la filiera, reinvestire il ricavato in progetti di sostegno alle comunità locali, avere la massima trasparenza nelle filiere.

Ma, soprattutto, una cosa dovrebbe essere chiara: è il “primo mondo” che dovrebbe capire di non poter continuare a utilizzare altri continenti come granai, cominciando invece a produrre in loco il più possibile e riducendo così la propria dipendenza dalle importazioni -e soprattutto dall’agricoltura industriale. E sicuramente dovremo cambiare anche stili di vita, ad esempio riducendo drasticamente lo spreco alimentare.

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