Il reddito di base e il terzo mondo: esperimenti riusciti

Il reddito di base e il terzo mondo: esperimenti riusciti

Quando si parla di Basic Income (reddito di base), generalmente il pensiero corre ai Paesi del primo mondo, cioè quelli nei quali il progresso dell’intelligenza artificiale e della robotica avrebbe il maggiore impatto sull’occupazione.
In realtà, come ha spiegato il sito Futurism con questa infografica, i Paesi dell’Africa e dell’est asiatico sono ugualmente a rischio, con percentuali di perdite di posto di lavoro che vanno dal 69% dell’India al 88% dell’Etiopia).

È quindi su questi Paesi che vorremmo concentrarci in questo articolo, cercando di capire se e come un reddito di base possa rappresentare una soluzione efficace e, soprattutto, assolutamente realizzabile.

Una prima considerazione, che sorge quasi spontanea, è il fatto che viene meno (o quantomeno risulta enormemente ridimensionato) il problema della sostenibilità finanziaria: con i tassi di cambio attuali, anche con cifre relativamente modeste si riuscirebbe a togliere dalla povertà un amplissimo numero di persone. Del resto, non si tratta solo di congetture teoriche: in India e in Namibia sono stati posti in essere degli esperimenti di BI, nel corso degli ultimi anni, e i risultati parlano chiaro: l’associazione Give Directly è riuscita, con “soli” 30 milioni di dollari, a garantire un reddito di base a 6000 kenioti per i prossimi 10 anni. Lo stipendio medio annuo di un keniota, infatti, corrisponde a circa 400$.
In India, nel 2011, la cifra era di poco meno di 100$ al mese.

Gli effetti del Basic Income in India

Circa 6000 persone tra uomini, donne e bambini in 9 villaggi di Mahia Pradesh ricevettero, per 18 mesi, una quantità di denaro in grado di portarli al di fuori della povertà. Riportiamo in traduzione alcuni passi tratti dal report finale dell’esperimento.

Impatti sulle condizioni di vita

Molte persone usarono un po’ del denaro per migliorare le proprie abitazioni, aggiungendo più spazio, riparando i muri e i tetti. Ci fu anche un miglioramento nelle latrine, anche se non quanto si era sperato, probabilmente perché un incremento nell’utilizzo delle latrine ha più a che fare con le abitudini di vita che col reddito. (…) La percentuale di famiglie con almeno 1 letto passò dal 35.5% all’83%. I proprietari di telefoni cellulari dal 9% al 61%, i motocicli dal 3% al 30%. Questi sono beni che possono fare la differenza, ad esempio, in termini di accesso al mercato del lavoro e di informazioni.

Impatto sulla sicurezza alimentare e la nutrizione

Prima del progetto il 45% dei beneficiari dichiarava di non disporre di un reddito sufficiente per garantirsi un’alimentazione adeguata: alla fine dell’esperimento la percentuale era scesa al 19%. L’impatto più notevole fu nei villaggi tribali: il consumo di legumi passò da 0.3 a 3.8kg mensili per famiglia, quello della frutta da 0.6 a 5.5kg, e aumentò anche il consumo di uova e carne. Dopo soli 6 mesi dall’inizio dell’esperimento, le famiglie che si dichiaravano soddisfatte dal punto di vista nutrizionale erano passate dal 52% al 78%.

Impatto sull’istruzione

Nei villaggi coinvolti si notò un aumento delle spese per l’istruzione, specialmente per quanto riguarda le ragazze. Una donna intervistata alla fine del progetto spiegò: “Con i soldi [del progetto, n.d.t.] potevamo dedicare più tempo ai figli e alla famiglia, e aiutare i bambini nello studio. Ora che il progetto è finito, dobbiamo di nuovo ricorrere ai prestiti -con interessi annessi- e i figli devono lavorare insieme a noi. Fin tanto che ricevevamo denaro, i bambini potevano concentrarsi solo sulla scuola. Nora devono andare a lavorare per pagarsi l’istruzione, per esempio lavorando nei campi”.

Impatto sulla produttività

Una delle critiche più comuni sul RdB è che esso renderebbe le persone pigre e dipendenti dal supporto del governo. Eppure il progetto pilota ha dimostrato il contrario.
E’ vero che il lavoro salariato diminuì, durante l’esperimento, ma ciò è dovuto principalmente al fatto che le donne lasciarono i lavori sottopagati per mettersi in proprio. Le persone avevano più denaro per compare semi, fertilizzanti e altri prodotti -specialmente quando riuscivano a combinare il reddito di base con altri prestiti a basso interesse della SEWA (Self Employed Woman Association)- e, come conseguenza, potevano iniziare a coltivare i loro propri campi anziché essere costrette a lavorare come dipendenti per salari da fame.

E questi sono solo alcuni punti (i più importanti, a nostro avviso) del report. Tuttavia, a queste considerazioni, basate -è bene ribadirlo- sull’osservazione diretta e scientifica di quanto avvenuto, se ne possono aggiungere altre, più “macroeconomiche”.

La più importante riguarda il problema demografico. E’ nota come “transizione demografica” la teoria secondo cui, mentre nelle società pre-industriali i livelli di natalità e mortalità sono alti, “quando il livello di vita si evolve verso forme proprie della società industriale (vedi aumento del costo di formazione dell’individuo, scolarizzazione, occupazione femminile, ritardo del matrimonio), anche i tassi di natalità e fecondità si abbassano (le coppie iniziano spontaneamente a pianificare le nascite) e la crescita demografica torna a rallentare, per poi stabilizzarsi intorno allo zero” (Geografia e ambiente. Il mondo attuale e i suoi problemi. Barbieri, Canigiani, Cassi, 2003). Portare dunque la qualità della vita a un livello più alto potrebbe contribuire a ridurre in modo “naturale”(cioè senza ricorrere al controllo delle nascite) l’impressionante crescita demografica dei paesi centro-africani, a sua volta fattore aggravante della povertà. 

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È fondamentale ricordare, infine, che alcuni Paesi del “primo mondo” già oggi investono cifre importanti per lo sviluppo -ad esempio- dell’Africa centrale e di zone specifiche dell’America Latina. L’Europa ad esempio ha il FES (Fondo Europeo di Sviluppo), che nel periodo 2014-2020 è stato rifinanziato per 30 miliardi di euro. Si tratterebbe, allora, di riflettere con franchezza sull’efficacia che i metodi “tradizionali” di utilizzo di questi fondi hanno dimostrato, paragonandoli a quelli sopra elencati.
Ancor più importante sarebbe chiedersi se il modello di sviluppo che l’Europa ha in mente per quei Paesi sia sostenibile, soprattutto dal punto di vista ambientale; abbiamo già visto il devastante impatto che l’industrializzazione cinese ha avuto, e sorge spontaneo chiedersi cosa potrebbe accadere se un processo analogo dovesse verificarsi anche in altre zone del mondo.

L’Europa (e più in generale il mondo occidentale) ha sempre ritenuto che il proprio sia l’unico modello di sviluppo possibile. Ma la realtà è che esso è figlio di una specifica cultura (quella europea, appunto), frutto di secoli di storia del pensiero e di religioni diverse da quelle sviluppatesi altrove. Non in tutti i Paesi la formula il modello economico basato sul consumismo e la crescita costante può attecchire.
Un Reddito di base, “limitandosi” a garantire la sopravvivenza senza scendere sotto la soglia di povertà, potrebbe forse meglio adattarsi alle diverse culture locali.

L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

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