Pensare globale, agire locale

Pensare globale, agire locale

Lo scorso 20 luglio è ricorso il 15esimo anniversario della tragica morte di Carlo Giuliani, rimasto ucciso negli scontri a Genova per le manifestazioni NO-global, nel 2001. Indipendentemente dal giudizio che si può avere sulla persona, il punto l’ha colto Rosario Dello Iacovo, quando ha scritto

Dovreste rifletterci: noi abbiamo provato a dirvelo che si stava globalizzando lo sfruttamento e non i diritti. Che si stava allargando la forbice fra ricchi e poveri anche in occidente, e che fra quei poveri sarebbe stata scatenata ad arte una guerra. Cosa metterete oggi a tavola, ammesso che abbiate soldi a sufficienza per riempire il frigo? Pesce surgelato in arrivo dal Pacifico, in un Paese come il nostro che è tutto costa e mare? Frutta e verdura dalla sponda settentrionale dell’Africa? (…) Tutto proviene da ogni parte. Ovunque sia economicamente conveniente produrlo, pescarlo, allevarlo, coltivarlo, assemblarlo, brandizzarlo, rubarlo, esportarlo o importarlo. E poi quotarlo in borsa trasformandolo in capitale finanziario. Di cosa vi meravigliate, quindi, quando sotto la vostra finestra ci sono donne e uomini in carne e ossa che arrivano da ogni angolo di questo pianeta? E se il capitalismo va a casa loro a comprare un’ora del loro lavoro, mettiamo a un dollaro, cosa vi stupisce se fanno il movimento inverso provando a vendere qua quell’ora di lavoro fosse pure solo a due dollari?

Sono appunto passati tre lustri, da quel 2001, e ad oggi di Leader mondiali disposti a difendere la globalizzazione non se ne vedono. Ci sono i movimenti politici che la attaccano frontalmente, riuscendo a vincere (come Trump) o andando vicini a farlo; e poi ci sono i partiti tradizionali, “moderati”, che continuano a praticarla ma, se interrogati a riguardo, cercano di prenderne il più possibile le distanze.

Eppure, come ha scritto Anna Zafesova in questo stizzito articolo “Dal treno della globalizzazione non si può scendere”.

La domanda che dobbiamo porci, tuttavia è: può esistere una globalizzazione sostenibile? Davvero non esiste altra via tra l’accettazione dello status quo -e dei suoi assurdi meccanismi- e quell’antistorico ritorno al nazionalismo che tanti clown incravattati invocano a ogni latitudine?

La via maestra l’ha paradossalmente indicata qualcuno morto nel 1932, quando ancora la Rete e i computer erano fantascienza. Think global, atc local è il motto attribuito a Patrick Geddes, che lo applicava campo di sua competenza, cioè la progettazione urbanistica.

Perché in effetti, in questi anni, le uniche cose che possono moltiplicarsi e circolare il più liberamente possibile senza fare danno alcuno (e anzi portando progresso) sono le idee. Ed esse sono state blindate con copyright, brevetti e mezzi analoghi, al fine di creare scarsità artificiale su cui lucrare.

Le idee possono assumere qualunque forma. Possono essere ricerche scientifiche, leggi, best practice, iniziative. Ma possono essere anche strumenti come i software, e -da quando esiste la fabbricazione digitale- anche file da dare in pasto a quelle macchine a controllo numerico (stampanti 3D, lasercut, frese) che li trasformano in oggetti solidi; e a fianco di questi possono essere istruzioni di montaggio, documentazione allegata etc.

Per fortuna c’è un mondo che ha capito tutto ciò, e che da anni si regola di conseguenza. Quell’invito a “pensare globalmente e agire in loco” è stato raccolto e rilanciato da tutti quei movimenti che utilizzano la Rete per scambiarsi idee, conoscenza tecnica, ma che poi agiscono sul territorio. Si pensi ai FabLab, alle imprese di co-working, o a tutte quelle iniziative che declinano i princìpi del Software Libero ad altri ambiti: si pensi all’Open Hardware, Knowledge, Design, fino ad arrivare a settori a cui non si sarebbe mai pensato fino a pochi anni fa (non è più un’utopia pensare di produrre in Open Source autovetture, macchinari agricoli e perfino attrezzature mediche di altissimo livello tecnologico).

La sfida successiva è quella di applicare tale approccio anche alla politica. Servono partiti in grado di cogliere questa sfida e scambiarsi idee ed esperienze a livello internazionale, per poi agire sui territori.

Nel loro piccolo, questo è ciò che i Partiti Pirata cercano di fare da quando sono nati, una decina d’annetti fa.

 L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

 

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