Il lavoro, i robot e la botte di Diogene

Il lavoro, i robot e la botte di Diogene

Narra la tradizione storiografica antica che il filosofo Diogene, durante l’assedio di Corinto portato avanti da Filippo di Macedonia, vedendo tutti i suoi concittadini indaffaratissimi (chi a rafforzare le mura, chi a preparare le armi etc.) si mise a far rotolare su e giù per il colle Craneio la botte nella quale dormiva, adducendo come motivo il non voler dare l’impressione di essere lui solo inoperoso in mezzo a tutto quello sfaccendio.            
                     
Ora, per quanto l’episodio possa farci sorridere (nonché riflettere sulla concezione di “filosofo” nell’antichità), si dovrebbe notare che, per certi versi, al giorno d’oggi l’idea di “lavoro” in vigore in molti Paesi -soprattutto quelli di tradizione protestante e capitalista- è in fin dei conti molto simile. Il lavoro è ciò che nobilita l’uomo, ergo l’importante è mettere le persone a fare qualcosa, non importa cosa; e soprattutto, non importa se e come quel lavoro potrebbe essere svolto più e meglio da un software, un robot o un algoritmo.            
            
Quando si parla di automazione, il pensiero corre immediatamente alla perdita di posti di lavoro, nonché alla prospettiva di ritrovarsi con milioni di persone inoperose. E allora -sembra essere l’inconfessabile pensiero di molti governanti- meglio non “spingere” troppo su quel tasto, meglio rallentare ad arte la corsa della tecnologia per non creare troppa disoccupazione.            
                        
Il che, tuttavia, ha delle conseguenze di non poco conto. Perché significa continuare a costringere le persone a recarsi fisicamente negli uffici, stampare fogli di carta, presentare documenti cartacei, apporre timbri, firmare con penna e inchiostro etc., quando si potrebbe più agilmente compilare un form online tramite un sistema certificato di identità digitale.            
            
E sì, il settore pubblico darebbe lavoro a molte meno persone, ma bisogna al tempo stesso tener presente un fatto: una Pubblica Amministrazione composta in larga parte -se non proprio esclusivamente- da software & robot avrebbe un costo irrisorio rispetto allo stato attuale. Non solo per i risparmi su stipendi, contributi etc. dei dipendenti pubblici, ma anche e soprattutto per il fatto -brutto da dire ma vero- che le macchine non rubano, non timbrano cartellini al posto dei colleghi, non chiedono tangenti per sveltire le pratiche. Le imprese non sarebbero più costrette ad “oliare il sistema” per avere ciò che spetta loro di diritto. Non dovrebbero perdere mesi -se non anni- in attesa di permessi che possono anche non arrivare mai.                     
                        
E pur essendo scientificamente molto difficile stimare il vero costo della corruzione in Italia (la cifra dei 60 miliardi è una bufala), si può affermare che verosimilmente sia una drastica riduzione del fenomeno consentirebbe di liberare risorse da destinare ad un reddito minimo a tutti, anche senza pretendere che facciano alcunché dalla mattina alla sera (logicamente la copertura di tale somma non sarebbe data solo da questo, ma anche dall’unificazione e armonizzazione dei susssidi già esistenti e altre operazioni di razionalizzazione della spesa pubblica). Sarebbe sostenibile? Secondo alcuni sì. Perché -come spiega Bagnai- neanche il peggiore dei pelandroni beve acqua piovana e si nutre di bacche:  il suo reddito minimo lo spenderebbe per acquistare il pane da un fornaio privato, gli ortaggi dal fruttivendolo e il vino nella cantina privata. E ovviamente, attraverso le tasse, una parte di quella cifra rientrerebbe nelle casse dello Stato. Naturalmente il problema specifico dell’Italia è l’evasione fiscale: non è un caso che tra i Paesi più vicini ad introdurre il reddito minimo universale ci sia la Finlandia, dove l’evasione è minima.
Non è un caso nemmeno che tra i più ferventi sostenitori del Basic Income ci siano i colossi della Silicon Valley: la loro non è ovviamente una richiesta dettata da buon cuore o sensibilità umana, bensì il solito -cinico, se vogliamo- calcolo di interessi, che in questo caso consiste nell’avere la garanzia che la popolazione non si impoverisca più di tanto (perché se è troppo povera non può comprare i loro prodotti).            

                        
Resta ovviamente il problema della disuguaglianza e della tassazione, in questo scenario di tecnologizzazione diffusa anche nel settore privato. Già oggi vediamo come i grandi colossi del web impieghino pochissimi dipendenti, rispetto alla mole di utili che realizzano. Il problema potrebbe teoricamente essere risolto dalla progressività della tassazione, ma sappiamo bene come i grandi Big abbiano il vizio di spostare le sedi fiscali nei paradisi tributari. Servirebbero azioni internazionali serie e condivise, ma è da anni che si richiedono senza che il fenomeno dia segni di arretramento.            
                        
Eppure, ciò che infastidisce molti è proprio l’idea di fornire a tutti un reddito di base senza alcuna pretesa in cambio. Se vedessero Diogene prendere il sole, gli darebbero del fannullone: ma se lo vedessero far rotolare una botte, lo pagherebbero.

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