Produzione paritaria e localizzazione: la risposta al trumpismo

Produzione paritaria e localizzazione: la risposta al trumpismo

Riportiamo la traduzione italiana di questo articolo a firma di Michael Bauwens, fondatore della P2P Foundation.

Abbiamo bisogno di un approccio incentrato sui beni comuni, basato sulla produzione tra pari e che segua la regola del “progettato globalmente, prodotto localmente”, se vogliamo dar lavoro a quelle comunità che si stanno disintegrando, con posti di lavoro che siano compatibili con la necessità di una transizione socio-ecologica.

Sono molto contento di constatare che le stesse considerazioni sian state espresse da Brian Holmes, in questo estratto dalla mailing list della rete dei Laburisti (con qualche piccola modifica)

“Gli Stati Uniti ora devono far fronte alle conseguenze della deindustrializzazione. Queste conseguenze sono l’alienazione da quel senso di poter badare a sé stessi derivante dall’esercizio delle capacità produttive di ciascuno. E l’alienazione apre la strada al risentimento, che è la parola-chiave delle politiche proto-fasciste di oggi. Ignorare il problema dei sempre più numerosi lavoratori diseredati e non professionisti non lo farà scomparire.

L’ultima (nel senso di “la più sbagliata, n.d.t.) cosa da fare è assecondare un complesso culturale razzista e sciovinista. Al contrario, l’urgenza è di creare politiche economiche che non incoraggino il risentimento proto-fascista.

Il punto chiave è l’investimento collettivo. E questo non deve significare per forza computer con processori di testo e funzioni di grafici, che sono la caratteristica di ciò che, molto tempo fa, la Ehrenreich chiamava “la classe professional-manageriale”. E non significa nemmeno seguire l’esempio della Germania, perché -nonostante tutta l’energia solare e l’industria locale, la Germania dipende in realtà dal cosiddetto “libero mercato”, che è predatorio nei confronti delle altre economie.
Ciò che invece potrebbe significare questa “nuova economia” è un nuovo tool-kit di macchine a controllo numerico (o CNC), che sono anche aperte a quella “Produzione paritaria” (wiki) di cui parla Michael Bauwens. Parlo di frese controllate digitalmente, torni, seghe a nastro etc., non solo di stampa 3D. I vantaggi di queste macchine -relativamente economiche- è che permettono a piccoli gruppi di lavoratori di portare avanti progetti sofisticati, appagando quel desiderio culturale di dignità del lavoro senza dover rendere conto a manager oppressivi. Se le persone imparano ad usarle in un sistema industriale capitalista ma locale, producendo beni di qualità per salari dignitosi, allora durante i periodi di disoccupazione o di pensionamento troppo precoce potrebbero anche essere usati -in un’economia incentrata sui Beni Comuni- per aiutare a ricostruire una comunità resiliente. In questo modo, il valore del lavoro di ciascuno potrebbe essere rafforzato, lungo un percorso che conduce fuori dall’attuale capitalismo manageriale.

Un approccio del genere potrebbe essere applicato tanto nei quartieri neri e ispanici quanto in quelli bianchi. Infatti l’idea di una “produzione comunitaria” mi è venuta da un imprenditore sociale nero di Detroit, Blair Evans. E’ fondamentale ricordarsi che le comunità nere sono state le prime ad essere colpite dalla de-industrializzazione del Nord degli Stati Uniti, un qualcosa che ha avuto conseguenze devastanti dal punto di vista economico e sociale, e che non può essere risolto né dal welfare, né tantomeno da più repressione poliziesca. A Chicago, dove vivo io, la violenza armata nei quartieri impoveriti è sbalorditiva, e lo stato cosa fa? Metà di noi (incluso il sottoscritto) protesta contro le atrocità della polizia, e l’altra metà invoca (con successo, purtroppo) ancor più polizia. Nel frattempo le scuole vengono smantellate, i servizi sanitari sono chiusi, il numero di omicidi tocca ogni anno nuovi record e non viene fatto assolutamente niente per promuovere l’occupazione, l’autonomia personale e familiare, o qualunque tipo di resilienza comunitaria.

Il capitalismo manageriale ha creato la governance finanziaria, le catene di montaggio e l’economia Cina-centrica basata su beni fatti male e a basso prezzo. Ha incoraggiato la pura avidità, l’iper-consumismo e lo spettacolo ipnotico per i suoi quadri usciti dalle Università, mentre ha distrutto gran parte dell’istruzione produttiva basata sull’approccio “hands-on” offerta dal lavoro in fabbrica e dai mercati. Ha diseredato la vecchia classe operaia di tutte le razze, e tra i bianchi ha sviluppato un risentimento che ora si manifesta apertamente nel fascismo razzista in piena regola.
La situazione non può essere cambiata semplicemente augurandosi che tutti questi diseredati si convertano all’improvviso ad uno stile di vita contro-culturale da Sharing Economy, e nemmeno aspettandoci che abbraccino un programma eco-socialista senza immediati e tangibili vantaggi.

Tantomeno ci si può aspettare che la situazione cambi grazie al Partito Democratico degli Stati Uniti, che simbolicamente esalta le minoranze per averne il voto, salvo poi imporre quelle stesse politiche che hanno imposto precarietà, disoccupazione ed esclusione etnica.

Invece, una sinistra rivitalizzata e “popolare”(in originale: mainstreamable) dovrebbe offrire a un gran numero di persone ruoli produttivi in un’economia che può costruire le tecnologie di energia alternativa, reti elettriche decentralizzate, sistemi di produzione alimentare urbana, edilizia ben mantenuta e infrastrutture collettive necessarie a fronteggiare le devastazioni del declino ambientale e del cambiamento climatico.

E anziché fare ciò sulla base di prescrizioni ideologiche, questa nuova sinistra mainstream (non ancora nata) deve creare opportunità economiche che permettano alle persone di soddisfare il proprio desiderio di autonomia ed auto-sufficienza.

Dal mio punto di vista, questa è la strada da seguire per una democrazia sociale radicalmente egualitaria del 21esimo secolo.”

 L’articolo seguente non è un comunicato ufficiale del Partito Pirata, ma un libero contributo di uno o più Pirati. Pertanto il suo contenuto non è attribuibile al Partito Pirata né è necessariamente condiviso da esso.

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